Il dj Mantini: io blocco la musica se i ragazzi sono senza protezioni

PESCARA. «Una sera, ero in consolle, ho fermato la musica e ho invitato tutti coloro che erano in pista a indossare le mascherine appena possibile. Così come faccio io quando scendo tra la folla. In...
PESCARA. «Una sera, ero in consolle, ho fermato la musica e ho invitato tutti coloro che erano in pista a indossare le mascherine appena possibile. Così come faccio io quando scendo tra la folla. In discoteca si può ballare col distanziamento, ci si può divertire in sicurezza. Bisogna volersi bene e volerne agli altri, al punto da desiderare di proteggere la persona che è accanto a noi. Ma deve svilupparsi la coscienza individuale, quella che ti fa avere ancora paura del virus che non è scomparso, si è solo allontanato un po', dobbiamo stare in allerta».
Christian Mantini, 43 anni, ortonese, cultore della house music, popolarissimo deejay (strofina vinili con le dita dall'età di 11 anni, si è appassionato al mestiere grazie a una zia tedesca) e colleziona bagni di folla tra Milano, Ibiza e New York dove vive da quattro anni. E' manager della song writer Ananè e attualmente collabora con il Supporter beach disco di Fossacesia. Lancia un messaggio potente al suo popolo della notte composto prevalentemente da giovanissimi che tirano tardi nei locali alla moda, che non indossano la mascherina «perché gli altri non la portano», che fanno fatica a tenersi lontani l'uno dall'altro.
Perché in discoteca si balla e ci si sballa di musica ed emozioni, non si parla ma si urla, si rumoreggia per essere trendy. Il dj in consolle è il loro mito. Da imitare e ascoltare.
I giovani fanno sempre più fatica a rispettare le distanze dentro e fuori i locali, dove gli assembramenti sono tornati a essere la regola dopo i mesi di lockdown.
Non indossano le mascherine perché gli amici non lo fanno. Qualcuno si vergogna, la mascherina diventa un optional da infilare al braccio o tenere sotto il mento. Medici, sindaci e forze dell'ordine lanciano continuamente appelli a rispettare i protocolli per la propria e altrui sicurezza.
Mantini, come si convincono i ragazzi a "fare i bravi"?
«Dando il buon esempio. Come faccio io. Quando sono in consolle, che mi separa dalle folle almeno cinque metri, non indosso la mascherina. Ma appena scendo in pista per incontrare ognuno di loro, la metto e se vedo chi non la indossa, lo esorto a farlo e spiego l'importanza di proteggersi anche per il bene degli altri. In genere le persone più adulte rispettano i protocolli, i ventenni si sentono più forti e tendono a prenderla alla leggera. Per invogliarli a indossare la mascherina una sera ho stoppato la musica e al microfono ho spiegato che la discoteca non è una zona franca, che dobbiamo guadagnarci la conquista di esser potuti tornare in pista, che la musica è un benessere intimo di cui si può godere anche senza accalcarsi».
Un consiglio pratico?
«Ai ragazzi dico: se con la mascherina non respirate e vi viene il mal di testa, allontanatevi e state un po' da soli oppure restate a chiacchierare a distanza. Lo faccio anch'io quando non ce la faccio più a tenerla addosso. In pista non c'è bisogno del contatto, si può ballare tenendosi alla giusta distanza di sicurezza.
Nei giorni scorsi, a Pescara le forze dell'ordine hanno dovuto usare i megafoni per disperdere e allentare le moltitudini.
Ne è venuta fuori una immagine umiliante per gli agenti di polizia. Mai avrei pensato si dovesse essere costretti ad arrivare a tanto per far passare un messaggio che deve, invece, scaturire dalla coscienza di ognuno di noi. E' la coscienza individuale che deve svilupparsi, è necessario trasformare la paura in allerta. E' importante che si prenda in considerazione il rispetto anche per chi lavora: i barman, la security, gli organizzatori di eventi, tutte le figure che ruotano intorno al mondo delle discoteche fanno grandi sforzi per tenere a bada le masse e il loro lavoro deve essere rispettato. Soprattutto perché tanti di loro hanno famiglia e hanno bisogno di uno stipendio, non possono correre rischi».
All'estero la situazione è la medesima? Caos e folle davanti ai locali?
«Sono in Abruzzo da prima del lockdown, ho dovuto cancellare 50 date a Ibiza, non conosco la situazione attuale. In genere i protocolli vengono rispettati, così come accade in molti dei nostri locali, in riferimento al contingentamento, alla sanificazione. Si consente un afflusso costante e si impedisce il temporeggiare dell'utenza all'esterno, si usano i termoscanner e alla cassa viene consegnata la mascherina a chi non ce l'ha. Ibiza, per esempio, non apre i locali con oltre 300 persone di capienza, va valutato caso per caso. Qui in Abruzzo siamo fortunati, le nostre serate trascinano turisti da Emilia Romagna, Puglia, Marche».
L'ultimo appello ai fans?
«Siamo felici della ripartenza, l'economia non poteva fermarsi. Ma non possiamo illuderci che è tutto a posto. I numeri altalenanti ci dicono che non possiamo abbassare la guardia. E' necessario avere rispetto per sé e gli altri con cognizione di causa. Non siamo soli di fronte a questo flagello. Per raggiungere l'obiettivo dobbiamo lottare tutti insieme».
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