«Il Friuli iniziò dalle aziende Fu la nostra mossa vincente»

28 Agosto 2016

GEMONA DEL FRIULI. Un pugno allo stomaco. Dritto, potente, impietoso come sa esserlo il terremoto. I gemonesi l’hanno ricevuto guardando le immagini della distruzione portata dal sisma nel centro...

GEMONA DEL FRIULI. Un pugno allo stomaco. Dritto, potente, impietoso come sa esserlo il terremoto. I gemonesi l’hanno ricevuto guardando le immagini della distruzione portata dal sisma nel centro Italia. Ogni volta è come tornare indietro di quarant’anni. Come trovarsi immersi in un incubo dal quale però i friulani possono oggi sfuggire.

Semplicemente spostando lo sguardo dallo schermo piatto della tv alle case, le chiese, le fabbriche ricostruite. Merito del modello il Friuli, una stella polare per chiunque si trovi a fare i conti con la devastazione del sisma.

Gli ingredienti li abbiamo chiesti al primo cittadino di Gemona, Paolo Urbani, che sta seguendo l’evolversi della situazione nell’Italia colpita dal terremoto, pronto a mettere a disposizione ogni strumento possa rivelarsi utile.

«Per noi è come un ritorno al passato - svela -. Sappiamo bene cosa stanno provando le persone ferite negli affetti, private delle case, vittime di un evento spietato che in un attimo ti porta via tutto. Non possiamo che augurargli di rialzarsi presto».

Seguendo il modello Friuli?

«Qualche sindaco ha già iniziato a parlare di ricostruzione “dov’era e com’era”. A mio giudizio è ancora la via giusta perché fa presa sulle persone.Così è stato per noi: poter ricostruire nello stesso luogo di prima le case, le chiese, le fabbriche ha reso la gente partecipe. Al contrario delle new town che possono dare una prima risposta, ma che a lungo termine rischiano di far venire meno l’afflato alla ricostruzione».

A Gemona da dove siete partiti 40 anni fa?

«Dalle fabbriche. Dall’economia. Se la gente lavora e ha un reddito allora può pensare di mettersi a ricostruire».

La scelta è stata scontata?

«Niente affatto. Inizialmente ci sono state delle tensioni. C’era chi voleva passare subito dalle tende alle case, ma poi la filosofia è stata compresa anche grazie all’inossidabile slogan coniato dall’allora arcivescovo di Udine, monsignor. Alfredo Battisti: prima le fabbriche, poi le case infine le chiese».

Così è stato?

«Nell’esatta sequenza dettata dal compianto prelato. Battisti ci regalò lo slogan, ma fu la gente a metterci anima, forza di volontà, cocciutaggine.Per non parlare dei soccorritori, dei volontari, della solidarietà internazionale».

E le istituzioni?

«Ci misero gli strumenti, le norme, un commissario straordinario come Giuseppe Zamberletti, la delega alla ricostruzione declinata dalla Regione autonoma fino ai Comuni. È stata il nostro jolly. Grazie alla delega abbiamo ricostruito il Friuli».

Può funzionare anche per il Centro Italia?

«Spero che il governo intervenga in fretta e con determinazione consentendo di fare quello che abbiamo fatto qui 40 anni fa. Con una delega alle Regioni investite dal sisma o un commissario forte di pieni poteri. Con una burocrazia snellita il più possibile e una squadra di sindaci messa in condizione di ascoltare la gente ed esaudirne i desideri, coinvolgendo le comunità direttamente. Le soluzioni calate dall’alto non funzionano».

Cosa si augura per i terremotati?

«Spero che tra 40 anni non si parli più di modello Friuli, ma di modello Mezzogiorno. Se così sarà vorrà dire che la lezione del Friuli avrà dato i suoi frutti e l’Italia sarà finalmente un Paese moderno».

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