Il futuro che non c’è Così Diritti racconta la fuga dall’Aquila

25 Settembre 2014

“Noi due”: nel romanzo di esordio del regista bolognese la storia di una giovane coppia costretta a emigrare al Nord

di GIORGIO DIRITTI

Le rotelline delle valige scorrono sull’acciottolato, poi frenano sul ghiaino. È l’unico rumore della mattina presto. I passi di Carlo e di Alice sono leggeri, galleggiano in un’attesa come pensieri che si rincorrono quando si fa una scelta. Attorno a loro, solo palazzi addormentati. I ferri storti spuntano ancora dai muri con vestiti appesi, arrugginiti sulle facciate delle case, e qualche lampadina spenta, appesa anch’essa, dondola appena. Ora, percorrendo via Santa Giusta, hanno entrambi la sensazione di avere la polvere nel respiro. Sembra che tutto sia ricaduto su se stesso come un barbone ubriaco che russa a terra, e il suo fiato è la polvere, la polvere dell’Aquila.

La sento ancora in giro a distanza di anni. E adesso è come se la stessa polvere tornasse, sollevata da un vento che in realtà non c’è e scricchiolasse come la sabbia in bocca al mare, quando da bambino cascavi giù e la mamma ti ripuliva il volto. È semplice la vita da zero a dodici anni: non devi pensare a nulla, non hai responsabilità, sei libero e tuffato in un presente ampio in cui i giorni sembrano davvero lunghi il doppio di quando ne hai venti o quasi trenta, di anni, come ora. E poi non hai ancora amori da vivere o per cui soffrire.

Alice ha insistito per attraversare il centro, oggi che stiamo partendo, noi che siamo una fame moderna. Ma è nella storia dei popoli: si parte per avventura e per fame. Per lei le cose sono sempre anche simboli, esempi, gesti politici. E allora passare di qua in quest’alba le sembra fondamentale. Io non l’avrei mai fatto, guardarmi attorno era ed è un’altra coltellata. Non solo l’invasione dei ricordi – quanti in queste strade – ma il dover masticare la convinzione che non sarà più.

Qui lo pensano tutti che non sarà più, anche quelli che lottano ogni giorno. Nessuno parla più di ricostruire, in questa Italia povera e senza soldi. Le casette con lo champagne regalato da Berlusconi sono diventate ormai la vita quotidiana. E se penso che nell’armadio quella bottiglia è ancora incartata e che mia madre non ha voluto aprirla neanche il giorno della mia laurea, mi viene una tristezza infinita. Non c’è più niente di provvisorio nelle casette, le persone hanno ricreato per forza una nuova dimensione sociale – forse sarebbe meglio definirla “asociale”, ma mamma ne è orgogliosa. Secondo lei dobbiamo ringraziare, ripete che si poteva morire, che poteva andare peggio. Io non riesco ad avere questo senso di grazie assoluto, questa umiltà.

Camminano e non dicono nulla. Sono stati giorni di attesa, hanno destinazioni diverse ma sono complici in questa fuga.

Cerco gli occhi di Carlo, li cerco e lui sta sempre lì chinato a guardare il percorso. Penso a quell’immagine bellissima di Chaplin che, presa per mano la ragazza, si avvia verso una lunga strada. E penso a mia madre che in fondo alla via, vicino al cartello di accesso vietato, ci spia da lontano mentre percorriamo una via incorniciata da ponteggi, tubi innocenti e brandelli di case.

Chissà cosa pensa un genitore quando un figlio se ne va. Cerco la mano di Carlo.

Attraverso questo spazio per la memoria. Ci sono cose che si fanno per dare a noi stessi un tempo, un segno: le feste, le celebrazioni, gli anniversari. Se c’è un segno diventa come un bacio alla stazione, prima di partire, resta!

Così resta la mia città, proprio com’è, non soltanto nel mio ricordo di tutti questi anni ma a pezzi e si deve stampare forte in me.

Qui si potrà venire come al cimitero a piangere, a ricordare. Però la vita è altrove. I passi sono nel silenzio, fino alla stazione, dove tutto appare sospeso in piccoli rumori, sguardi bassi, luci ancora accese dalla notte, anche se è settembre e fuori il cielo è già chiaro.

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