Infiltrazioni mafiose in città Parla uno degli arrestati: nessun legame coi foggiani

17 Marzo 2023

Il 45enne Putignano, residente ai Colli, davanti al giudice ha negato ogni legame In silenzio invece Falcone, anche lui residente a Pescara, tra i principali indagati

PESCARA. Sono stati interrogati dal gip dell’Aquila Guendalina Buccella, due degli otto arrestati nell’ambito della operazione che nei giorni scorsi ha smascherato la presunta infiltrazione della mafia foggiana sul territorio pescarese attraverso una serie di episodi di usura, intestazione fittizia di beni, estorsioni, lesioni personali e associazione di tipo mafioso.
Giovanni Putignano, 45 anni, alias Gianluca, Casper e Gioacchino, nato a Torremaggiore (Foggia) e residente a Pescara, in zona Colli, considerato il legame con la cosca dei Moretti; Angelo Falcone, 36 anni nato a San Severo e residente a Pescara: sono i due ristretti nel carcere di San Donato e, anche, due dei principali indagati dell’operazione condotta dalla distrettuale antimafia dell’Aquila con la procura di Pescara. Angelo Falcone, difeso dagli avvocati Luigi Marinelli e Antonio Valentini, si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Giovanni Putignano «si è reso disponibile a rispondere alle domande del giudice», come afferma l’avvocato Marco Ciccocioppo che lo assiste insieme al collega Andrea Imperato, «e ha chiarito, per quanto possibile in questa fase, la sua posizione».
Il legale ha confermato che il suo assistito si è riservato di approfondire l’interrogatorio «quando sarà possibile esaminare la mole di carte che compongono il fascicolo», ha aggiunto Ciccocioppo, «visto che sono circa 8.000 pagine con oltre 700mila intercettazioni. Putignano ha comunque ribadito al gip di essere completamente estraneo ai fatti e soprattutto di non aver nessun tipo di legame con la mafia foggiana».
Ieri si è trattato dunque di un brevissimo passaggio tecnico, prima di verificare l'entità delle contestazioni mosse a Putignano, «valutando nei prossimi giorni», conclude l’avvocato Ciccocioppo, «di presentare un eventuale ricorso al tribunale del riesame contro la misura cautelare».
Valutazione che stanno prendendo in esame anche i legali di Falcone, ma sempre dopo la lettura delle carte del voluminoso fascicolo.
Per il gip che ha firmato le ordinanze di misure cautelari (4 in carcere, 4 ai domiciliari oltre a 3 obblighi di dimora e presentazione ai carabinieri, mentre in totale gli indagati sono 28 di cui 6 pescaresi), questi rapporti con il gruppo pugliese Moretti-Lanza-Pellegrino e con la “Società Foggiana”, una articolazione operativa del gruppo mafioso, sarebbero invece più che certi.
I collegamenti sono anche con altre inchieste aperte in Puglia e supportate da una montagna di intercettazioni telefoniche e ambientali. L’usura, secondo gli inquirenti, era lo strumento per «sottomettere» i piccoli o medi imprenditori del Pescarese; le intestazioni fittizie di società a delle teste di legno, servivano per eludere le misure di prevenzione che avevano già colpito alcuni degli indagati. A finire nel mirino degli indagati sarebbero stati i componenti di una famiglia pescarese attiva nel settore della ristorazione, costretti a cedere anche un appartamento proprio a Falcone; i titolari di due lavanderie, a Pianella e a Miglianico, e un commerciante di autovetture: si parla di tassi usurari che arrivavano fino al 600 per cento. E a dimostrazione della pressione esercitata dalla malavita foggiana nel Pescarese, ci sarebbero anche le “visite” di alcuni personaggi di spicco del clan pugliese alle vittime, con in testa Anna Rita Moretti, la figlia del boss che avrebbe ormai preso le redini della "famiglia". La sua presenza viene confermata anche dalle dichiarazioni di una delle vittime di usura.