Interessi non dovuti alla banca: vince la causa civile, ma è morto

25 Luglio 2022

Saranno ora gli eredi del costruttore pescarese a beneficiare di quanto stabilito dal giudice Non erano pattuiti, applicazione illegittima: l’istituto di credito dovrà versare oltre 800mila euro

PESCARA. Avviare una causa civile contro un importante istituto di credito di rilevanza nazionale e non fare in tempo a vederne la conclusione, peraltro positiva.
È capitato a un imprenditore locale, titolare di una impresa di costruzioni del Pescarese, che nel 2006 avviò questo procedimento nei confronti di una banca con la quale intratteneva rapporti legati alla sua attività di impresa, e che solo quest’anno, dopo la sua morte, è riuscito ad avere ragione e a ottenere quanto a lui dovuto: oltre 800 mila euro che andranno ai suoi eredi.
I suoi legali, gli avvocati Emanuele Argento ed Emanuele Liddo, sono riusciti ad avere ragione dopo un lungo iter, con due sentenze passate in giudicato, e una terza, cosiddetta domanda di ripetizione, resasi necessaria dopo un pronunciamento della Corte d’Appello dell'Aquila e la Corte di Cassazione che hanno respinto i ricorsi presentati dalla banca contro la sentenza di appello che dava ragione all’imprenditore locale. E dopo 16 anni, il ricorrente è riuscito a far riconoscere l’illegittima applicazione, da parte della banca, di interessi non dovuti nei confronti della società pescarese, con conseguente determinazione, al contrario, di un saldo a credito dell’ex società correntista, di 655 mila euro, oltre agli interessi che hanno portato oggi il credito a superare gli 800 mila euro. Per comprendere quanto tempo ci è voluto, basti dire che l’istituto bancario iniziale con il quale l'imprenditore aveva avviato rapporti, per due volte è stato incorporato da altri gruppi bancari.
La sentenza del giudice del tribunale di Pescara, Federico Ria (l’ultimo procedimento sulla vicenda avviato nel 2017), scrive la parola fine a una «storia» processuale che ha segnato la vita imprenditoriale di quella società e conseguentemente dell’imprenditore, costretto a rivedere la sua attività dopo le richieste di interessi che lo costrinsero ad aprire un contenzioso legale contro la banca.
Il giudicato costituito dalle sentenze del tribunale di Pescara del 2009, e della Corte d'Appello dell’Aquila del 2015, sono comunque state un punto fermo, come riporta il giudice in sentenza quando evidenzia quanto scritto dai giudici di secondo grado: «Il tribunale, con riferimento all’intera durata del rapporto ha dichiarato la nullità della clausola per indeterminatezza; per conseguenza, per tutto il periodo dall’apertura del conto fino alla sua chiusura, in cui la misura degli interessi passivi non risulta oggetto di specifica pattuizione scritta, deve ritenersi che gli interessi attivi e passivi fossero dovuti nella misura legale, facendo difetto, appunto la forma scritta alla quale l'articolo 1284 del codice civile subordina la validità della pattuizione di interessi ultralegali. Corretta o meno che fosse tale statuizione rispetto agli interessi attivi, la stessa, passata in giudicato e non ulteriormente gravata dall’istituto bancario in parte de qua, non può essere messa in discussione in questa sede e deve costituire presupposto per il riconteggio, così come correttamente operato dal consulente tecnico». Di qui la condanna della banca a restituire, ormai agli eredi dell'imprenditore pescarese, la somma di 655mila euro oltre gli interessi.
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