L’immagine appannata non cancella il sogno del socialismo al rum

27 Novembre 2016

Fidel ha la colpa di non aver fatto evolvere la revolucion Resiste il mito dell’uomo che ha forgiato l’identità nazionale

di GIGI RIVA

Sia concesso un aneddoto personale. Una quindicina di anni fa mi trovano a Baracoa, Cuba, costretto da un’ustione solare a recarmi in farmacia.

Mi fu dato per pochi spiccioli, più o meno l’equivalente di 25 centesimi di euro, una crema così efficace da farmi guarire in una notte. L’indomani sono tornato nella stessa farmacia con l’intento di comprare alcuni barattoli del medesimo unguento per portarli in Italia e mi dissi disposto a pagarli anche molto di più. La farmacista guardò fisso negli occhi quell’europeo convinto coi soldi di potersi permettere tutto e rispose: «No signore, ieri le ho dato la crema perché ne aveva bisogno. Ma non ne può fare incetta, serve al popolo». La farmacista guadagnava 13 dollari al mese.

Nel momento in cui si seppellisce Fidel Castro, bisognerebbe avere la cura di non chiudere con una pietra tombale anche il buono di una rivoluzione troppo vituperata nella sua fase senescente e che però ha prodotto, oltre a tante speranze, anche qualche utile prassi di governo da cui trarre insegnamento. Soprattutto ora che il liberismo e l’iperfinanza hanno mostrato limiti, inadeguatezza e allargato a dismisura la forbice della disuguaglianza. Fidel aveva detto, nella sua frase più famosa e citata, “la storia mi assolverà”. Non gli saranno perdonati la repressione del dissenso, i diritti calpestati, la persecuzione dei gay, l’impoverimento progressivo della popolazione. Pur se allo stesso tribunale della storia potrà portare alibi corposi come il vergognoso e prolungato embargo del vicino più ingombrante e potente, gli Stati Uniti.

E potrà far pesare sulla bilancia gli straordinari progressi in due settori decisivi per una felice esistenza come la sanità e l’educazione. I cubani hanno oggi un’aspettativa di vita che sfiora gli 80 anni, assai superiore a quella degli altri Paesi latino-americani mentre l’istruzione è garantita e gratuita per tutti, fino al livello universitario: uno studente non deve pagare di tasca propria nemmeno le penne e i fogli da disegno.

Se si avesse la decenza di non usare le categorie ideologiche (che paradosso, proprio con Cuba!) per bocciare senza appello l’esperimento del “socialismo al rum” si dovrebbe ammettere un balzo prodigioso rispetto ai tempi del dittatore Fulgencio Batista, deposto dalla coppia Castro-Guevara all’alba del 1959.

Si commette spesso l’errore di giudicare secondo la vague del proprio tempo i personaggi senza inserirli in un contesto che era altro, senza dargli sfondo e prospettiva. In quell’ottica Fidel Castro appare, oltre che con le ombre, anche con le indubbie luci delle origini. Un gigante del Novecento, secolo invero lungo e definitivamente sepolto solo oggi con lui. Il comandante rivoluzionario ora ci risulta obsoleto per la colpa indubbia di non aver fatto evolvere la revoluciòn aggiornandola, facendole così perdere la spinta propulsiva: come succede a tutti i regimi troppo longevi.

Se l’usura ne ha appannato l’immagine, resiste pur sempre il mito dell’uomo che ha forgiato un’identità nazionale, le ha dato coraggio e dignità in una congiuntura internazionale difficile. Ha posto una minuscola isola caraibica al crocevia dei destini del pianeta, come non le era mai successo prima, come difficilmente succederà in futuro se l’omologazione e l’assimilazione al mondo globalizzato aspettava solo questo decesso per perfezionarsi. Le diversità, soprattutto quelle troppo spinte, non hanno cittadinanza nel cortile di casa degli Stati Uniti

Fidel Castro era già morto politicamente nell’ultimo decennio segnato dal lutto e dalla malattia. Solo ora che ha esalato l’ultimo respiro si può fare un abborracciato consuntivo di ciò che lascia in eredità non solo alla sua gente, ma a tutti. E certo spicca quell’idea, non rara per la storia che ama procedere a fisarmonica, di una maggiore equità e uguaglianza tra gli umani dopo l’ubriacatura liberista arrivata al suo culmine con la crisi economica più grave da quasi un secolo.

Ci sarà sempre bisogno di uomini (non di eroi) che si pongono il problema di una redistribuzione della ricchezza. Quando non cadono nell’ortodossia estrema e utopica, è il caso di ascoltare le loro ragioni.

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