La battaglia dei familiari: «Noi andremo in appello»

Genitori e fratelli dei tre ragazzi deceduti nel crollo della palazzina non ci stanno L’avvocato Wania Della Vigna: «È un pronunciamento illogico e contraddittorio»
I familiari delle vittime del crollo della palazzina di via Campo di Fossa 6B non ci stanno. Faranno ricorso in appello contro la sentenza civile del Tribunale dell’Aquila che assegna ai tre giovani il concorso di colpe per la propria morte. Questa è la frase della sentenza che più fa male: «Obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire – così privandosi della possibilità di allontanarsi immediatamente dall’edificio al verificarsi della scossa – nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile». È così che la giudice Monica Croci ha motivato la sua decisione di assegnare a tre vittime il 30% della responsabilità per la loro stessa morte, riducendo i risarcimenti per i loro familiari accogliendo una delle deduzioni dell’Avvocatura dello Stato, che difendeva i ministeri delle Infrastrutture e dell’Interno. Alberto Guercioni di Sant’Egidio alla Vibrata, Paolo Verzilli di Isola del Gran Sasso con la fidanzata Ilaria Rambaldi di Lanciano (per la morte delle due sorelle Giusy e Genny Antonini di Controguerra la causa è stata separata dalle altre), hanno quindi quasi un terzo della colpa per essere andati a dormire. Cioè il doppio di quelle che, per esempio, ha il Genio civile che ha convalidato lavori non a norma. Loro sono tre delle 27 vittime del crollo della palazzina di via Campo di Fossa e uniche interessate dalla causa civile in questione. Per la morte di altre due vittime del crollo della stessa palazzina, proprio la giudice Croci, un anno fa, aveva invece assegnato un maxi-risarcimento. Nella nuova sentenza si condannano comunque sia gli eredi del costruttore (a cui è andato il 40% della colpa per la morte dei giovani), sia il ministero delle Infrastrutture per le «negligenze» da parte del Genio civile nel certificare progetti e costruzione nonostante «l’inosservanza della normativa antisismica», sia il ministero dell’Interno per l’ok dato dalla prefettura ai lavori bensì ci fossero errori nell’opera «resi evidenti dai gravi fenomeni di sedimentazione presenti alla base dei pilastri» (ai due enti in totale il 30% di colpa).
La causa civile in questione è una delle tante nate dal filone penale sui crolli. Poi c’è il filone sulle rassicurazioni degli enti prima del sisma. «La conoscenza dell’esito della riunione della Grandi Rischi ha influenzato in modo determinante la decisione di Ilaria Rambaldi di rimanere all'Aquila e di non fare rientro a Lanciano»: è quello che si legge nella sentenza penale di primo grado del giudice Marco Billi. Ilaria, che secondo un’altra sentenza era stata rassicurata dalle autorità, ora ha un concorso di colpa per essere andata a dormire. «Come si può oggi dire che i ragazzi dovessero stare fuori quando tutti ricordano certe rassicurazioni?», commenta Maria Grazia Piccinini, madre di Ilaria, che annuncia il ricorso in appello. Dalla sua parte anche l’avvocato Wania Della Vigna, in prima linea nei processi per i sismi del 2009 e del Centro Italia: «Ho letto la sentenza e non riesco a trovare una motivazione logica: non c’è un collegamento causale tra il comportamento delle vittime e la scossa delle 3.32, che i ragazzi non potevano prevedere. E il giudice si contraddice, visto che condanna enti e parti che avrebbero dovuto proteggere l’incolumità delle persone». Anche secondo Della Vigna, per cui «in nessuna delle parecchie sentenze di risarcimento si è mai evocato il concorso di colpa», ci sono gli estremi per un ricorso in appello.
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