La Cir Food si difende: non abbiamo colpe per i bimbi intossicati

Scandalo mense, l’azienda emiliana replica alle famiglie che contestano i rimborsi: «Abbiamo agito correttamente»
PESCARA. Bambini intossicati dal batterio della caciotta: i risarcimenti alle famiglie non significano l’ammissione di responsabilità da parte della Cirf Food.
Questo dice, in sostanza, una nota dell’azienda emiliana, coinvolta nello scandalo delle mense scolastiche cittadine lo scorso anno, che esprime la propria posizione dopo le polemiche sulle cifre dei rimborsi, ritenute «inferiori alle aspettative» da 70 (delle 113) famiglie, difese dallo studio legale pescarese Innangi–Nardella.
La compagnia assicurativa UnipolSai, per conto di Cir Food, ha avviato una mediazione con i genitori che hanno sopportato i disagi di settimane di degenza in ospedale con i figli colpiti dall’intossicazione alimentare, e ha proposto alle parti offese un indennizzo che si aggirerebbe tra i 700 e i 2550 euro.
Una strategia, secondo le famiglie dei bimbi, per evitare una guerra legale infinita e cancellare dal processo le parti offese attraverso il risarcimento.
La Cir Food, in un comunicato inviato da Reggio Emilia, replica sostenendo che «l’iniziativa di UnipolSai non è in alcun modo da intendersi come ammissione di responsabilità da parte di Cir Food».
L’azienda chiarisce, quindi, che «l’iniziativa della compagnia assicurativa nei confronti delle famiglie che risultano essere state interessate dal servizio mensa del Comune di Pescara, nel maggio 2018, si spiega come esecuzione di un contratto di assicurazione a favore di Cir Food ed è un atto indipendente dal processo avviato dalla magistratura inquirente, di cui si attende l’esito».
Cir Food rivela che «UnipolSai fu attivata» dalla società di distribuzione pasti, «oltre un anno fa, pochi giorni dopo» i fatti che trascinarono in ospedale oltre 100 bambini intossicati. E sottolinea, Cir Food, di essere «interessata in via prioritaria alla massima chiarezza su quanto realmente accaduto a Pescara», mettendosi «subito a disposizione della magistratura per accertare le eventuali responsabilità».
Responsabilità da cui l’azienda si chiama fuori perché «tutte le attività sono state gestite nel rispetto della legge e della corretta deontologia professionale» e quindi «continuerà ogni azione legittima per dimostrare la propria estraneità ai fatti».
Le famiglie, difese dai legali Paolo Nardella, Cesare Innangi e Roberta Fontana, pronte a costituirsi parte civile nel procedimento penale, di cui è stata fissata l’udienza preliminare il 21 gennaio del prossimo anno, hanno risposto che nessuna trattativa è possibile se le cifre non raggiungeranno un range compreso tra i 1800 e i tremila euro, a seconda della gravità del danno, soprattutto psicologico, riportato dalle parti offese. (e.r.)
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