La diplomazia tra i potenti. Ecco l’abruzzese a capo del cerimoniale d’Europa

5 Ottobre 2026

Gianfranco Giancaterino, 48 anni, chiamato a supervisionare il protocollo.

«La forma è sostanza e sarà sempre così, anche se il mondo corre veloce»

PESCARA

«Ma tu lo sai chi è il capo della Chiesa?», gli chiese don Michele un giorno di una trentina d’anni davanti alla chiesa del Beato Nunzio Sulprizio, nel quartiere di San Donato, a Pescara. «Il Papa?», rispose Gianfranco Giancaterino, all’epoca appena un ragazzino, con il tono della voce in bilico tra un’affermazione e una domanda. E don Michele sorrise: «Eh no, la risposta è il cerimoniere del Papa perché è l’unico che può dare comandi anche al Papa».

Adesso, Giancaterino ha 48 anni e il prossimo 15 ottobre, inizierà l’incarico di Capo del cerimoniale del Consiglio d’Europa: un abruzzese a Strasburgo con il potere di dare ordini anche ai Capi di Stato. Ma sempre dietro le quinte, pesando parole e dettagli perché, racconta Giancaterino, «il cerimoniale è diplomazia».

Come si diventa Capo del cerimoniale del Consiglio d’Europa?

«È un percorso che inizia da molto lontano: poco più di vent’anni fa».

E dove?

«A Pescara, in tandem con Torino: a Pescara, con una borsa per il cerimoniale del Comune e, a Torino, con un concorsino per accedere ai ruoli del cerimoniale delle Olimpiadi di Torino 2006. Ma in realtà, tutto questo è arrivato in coda a un piccolo momento di debacle».

Cioè?

«Dopo aver terminato i miei studi in Lingue e letterature straniere con lode all’università d’Annunzio di Pescara, ho cominciato a prepararmi per il concorso diplomatico alla Farnesina ma in quell’anno sono cambiate le regole ed è stata esclusa la laurea in lingue. Quindi mi sono trovato in un momento di passaggio in cui riflettevo su quello che dovevo fare nel mio futuro. E mi si sono aperte contemporaneamente queste due porte, fra me e me ho detto: “Ma vuoi vedere che questa può essere una strada?”».

Ma la domanda di tutte le domande è questa: cosa fa un cerimoniere?

«Il cerimoniere di oggi è lontano dai vecchi stereotipi del parruccone con il bastone che annuncia l’ingresso del marchese di turno. In realtà, è una funzione di management avanzato, perché si deve occupare di tantissimi aspetti: dalla logistica alla sicurezza, ai trasporti, al food and beverage, fino a tutti quegli aspetti che riguardano l’interazione fra le alte sfere dei vari enti. E poi tutto questo all’interno della cornice del cosiddetto protocollo, ovvero di quelle regole di interazione fra gli enti e fra le autorità apicali degli enti, che spesso sono codificate e scritte, ma spesso non lo sono. Quindi, si va anche molto per esperienza: è un lavoro ancora “di bottega”».

Un cerimoniere ha il compito di evitare gli incidenti diplomatici?

«Assolutamente sì, come quello che è avvenuto qualche tempo addietro, il famoso “Sofagate”, quando la Von der Leyen è arrivata in Turchia, da Erdogan, e non c’era posto per lei. C’è sempre questo rischio dietro l’angolo. Quando tutto va bene, non si nota la presenza del cerimoniale; ma quando ovviamente c’è una piccola cosa che va storta – piccola oppure media o grande a – in ambito del protocollo, chiaramente si rende tutto evidente».

E come si azzerano i rischi di un incidente diplomatico o di una brutta figura?

«Bisogna studiare e programmare e bisogna farlo con ampio anticipo. Pensi che, alle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbiamo fatto cinque “Diplomatic briefings”».

Una riunione?

«Diciamo che per cinque volte, insieme alla Farnesina, abbiamo convocato tutti i rappresentanti diplomatici delle nazioni che partecipavano alle Olimpiadi per spiegare per filo e per segno i passaggi, i tempi, i luoghi e i metodi per far presenziare i loro capi di Stato e di governo alle Olimpiadi, chiaramente con step di avanzamento per la progressione della pianificazione. Quindi, tanta pianificazione e una pianificazione condivisa: non bisogna chiudersi in una stanza e teorizzare il mondo, ma condividere, lavorare insieme alle forze dell’ordine e alle delegazioni diplomatiche straniere per arrivare insieme, tutti sullo stesso piano, “a dama” e giungere alle definizioni dell’evento. E poi comunicazione costante, anche questo è un altro elemento molto importante: non si può presumere che con una mail si risolvano problemi complessi che invece spesso vanno negoziati di persona».

La sua carriera è già lunga: qual è l’evento più complicato che ha curato?

«Proprio la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici di Milano, perché erano presenti 50 capi di Stato, 70 ministri degli Esteri e circa 300 autorità nazionali italiane, a partire dal presidente Sergio Mattarella – quindi tutte e 5 le autorità costituzionali –, la quasi totalità del governo, comandanti generali delle forze armate, capi di Stato Maggiore. Insomma, era una quantità veramente sconfinata di persone e personalità».

Scusi, ma in quel momento un cerimoniere si gioca tutto un po’ come se fosse un atleta olimpico che si prepara 4 anni per correre i 100 metri?

«Assolutamente sì, ma il vantaggio di questo lavoro è che non sei solo. Mentre il centometrista o il saltatore con l’asta devono far conto solo sulle proprie forze, per me non è così: si lavorava con un eccellente team, una squadra che avevo io, con gli eccellenti colleghi del ministero degli Affari esteri, con la questura di Milano, con la prefettura di Milano e con tantissime altre realtà che hanno contribuito a questa organizzazione. Era una rete molto compatta e molto forte e si è lavorato molto bene. Diciamo che il mio è un po’ più uno sport di squadra, una squadra molto allargata in cui pesi e rischi vengono condivisi. E se c’è tanta preparazione, si è certi che si riesce a ridurre il più possibile il rischio di défaillance».

Se l’aspettava di essere chiamato al Consiglio d’Europa?

«No, non me l’aspettavo. Io ho fatto domanda ad aprile quando è uscita la vacancy, poi c’è stata la selezione curriculare. Quando mi è stata mandata la prima mail, mi hanno comunicato che ci sarebbero stati quattro step di selezione: la prima di presentazione; la seconda tecnica e di approfondimento delle competenze protocollari; la terza della durata di quattro ore continuative (con una piccola pausa tecnica) di assessment sulla leadership, capacità di management e gestione del personale; la quarta ed ultima in presenza, a Strasburgo. Chiaramente l’una apriva la porta all’altra: non passando la precedente, non accedevi alla successiva».

Una prova di resistenza, insomma.

«Io ovviamente non avevo alcuna reale e verosimile speranza di arrivare, ma non perché non credessi nelle mie qualità, ma semplicemente perché mi rendevo conto che era una cosa veramente ampia e importante. Il Consiglio d’Europa raduna 46 nazioni per circa 700 milioni di abitanti e dicevo: voglio credere in me e nelle mie capacità, però sai, volare basso».

E come ha fatto a scavare un solco con gli altri concorrenti?

«Probabilmente perché ho avuto delle esperienze molto variegate. Ho lavorato in ambito sportivo ed olimpico (con la Uefa, con la Fifa, con i Mondiali di nuoto, nei Giochi del Mediterraneo) e in eventi istituzionali (G7, G20, Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, eventi dell’Osce e Ocse. Quindi, probabilmente tutto questo mi ha permesso di avere un occhio molto aperto, molto “terzo”, cioè di riuscire a riunire esperienze anche molto eterogenee. In genere chi lavora nel cerimoniale di un palazzo, quale che esso sia, nasce, vive e “muore” all’interno di quel palazzo, quindi ha delle competenze assolute ma limitate a quella specifica istituzione».

Invece, lei ha fatto dal G7 alle finali di Champions League.

«Questo mi ha dato una marcia in più, un punto di vista alternativo che mi permette di mutuare da qua a là differenti tipi di expertise o di esperienze passate».

Ma quando ha cominciato, nell’Abruzzo di oltre vent’anni fa, si sentiva un po’ un alieno o la politica già recepiva le sue indicazioni?

«In genere il lavoro che si fa nel cerimoniale con la politica è un lavoro sempre molto di accompagnamento di quella che è la lingua istituzionale dell’ente. Il vantaggio del cerimoniale è quello di essere color blind, cioè non avere davanti agli occhi i colori reali della politica, perché in quel momento tu servi l’istituzione a prescindere dal colore politico del governo del momento. Tant’è vero che ho avuto il piacere e l’onore di servire, a Pescara, sotto due sindaci di colori opposti. È sempre importante rimanere terzi rispetto all’agone politico, ma evidenziare e sottolineare i pesi istituzionali dell’ente che si va a rappresentare con il cerimoniale».

E chi era più attento al cerimoniale, Luciano D’Alfonso o Luigi Albore Mascia?

«Con mio grande piacere professionale, devo dire che entrambi avevano un’altissima attenzione agli aspetti istituzionali, protocollari e cerimoniali, come è giusto che sia! Perché, se ci pensa – e questo lo diceva l’ottimo avvocato Francesco Piazza, che è l’attuale capo del cerimoniale di Stato –, lo Stato e gli enti parlano in due modi: con gli atti e con i fatti. Gli atti sono tutto ciò che scrivono e i fatti sono le azioni messe in campo dai loro vertici, dal sindaco, dal presidente della Provincia o della Regione, dal ministro, eccetera. Se gli atti vengono codificati con il diritto amministrativo, anche i fatti vanno decifrati con il cerimoniale: è la grammatica istituzionale dell’azione pubblica dell’ente e delle sue figure apicali».

Ma nell’era troppo veloce dei social, in cui si abbattono le buone maniere e il protocollo, ha ancora senso dire che la forma è sostanza?

«La forma è sempre stata sostanza e sempre lo sarà. Anche se io sono un ragazzo dark, che veste con colori scuri e ha piercing e anelli, anche quella è una forma che rende evidente una sostanza. I nostri ragazzi, nelle scuole, vestono seguendo un codice letto dall’antropologia culturale. Quindi, la forma rimane sostanza: se andassi al lavoro con una camicia macchiata di caffè, come lo spiegherei al mio direttore che la forma non è sostanza? La forma resta sostanza anche quando il mondo accelera e cambiano i linguaggi: cambia il modo in cui la forma diventa sostanza, ma c’è sempre».

Cosa sognava di fare da bambino?

«Questa è una bella domanda. Da bambino, in realtà, sognavo di viaggiare e lavorare con le bandiere. Mi ricordo l’Atlante Zanichelli: nell’ultima pagina c’erano tutte quante le bandiere del mondo: mi piaceva sfogliarle e vederle».

E invece, quando dice «io sono un cerimoniere» a una persona che non conosce, la fa sorridere il fatto che magari la accomunino al personaggio di un vecchio libro di favole?

«Sì, mi fa sorridere. Ricordo ancora quando l’ho detto a una ragazza, che adesso è mia moglie. Mi ha chiesto: “E che lavoro fai?”. E io: “Il cerimoniere”. Lei mi ha guardato un po’ così, perplessa, dicendo: “E quindi?”. E io ironizzando: “Beh, matrimoni, battesimi, prime comunioni...”».

Volare basso per non darsi troppe arie è sempre una buona strategia. E invece adesso, per lavoro, potrebbe dare ordini a un po’ a tutti i potenti del mondo.

«Un mio vecchio parroco qui a Pescara mi diceva: “Tu lo sai chi è il capo della Chiesa cattolica?”. E io dicevo: “Beh, ovviamente il Papa”. E lui: “No!”. E io chiedevo: “E allora chi è?”. E lui mi rispondeva che era il cerimoniere del Papa perché “è l’unico che può dare comandi anche al Papa”».

Allora, le faccio l’ultima domanda: oggi ce l’ha un sogno professionale?

«Il sogno professionale è di poter servire l’ente che adesso andrò a servire per accompagnare un mondo particolarmente complesso. Se il cerimoniale riesce a coadiuvare e ad agevolare il dialogo fra le nazioni presenti nei vari incontri, e a “creare spazio”, come si dice in diplomatichese, fra le persone che poi dovranno fare le scelte giuste, allora posso dirmi soddisfatto».

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