La figlia di Grasso esorta gli studenti: no all’indifferenza

Il commerciante venne ucciso dalla ’ndrangheta nell’89 L’istituto Alberghiero lo ricorda per il premio Borsellino
PESCARA. «Il problema più grande del nostro Paese è la corruzione, per questo ognuno di noi è chiamato a scegliere cosa essere e da che parte stare. Per scegliere dobbiamo conoscere anche le storie di qualcuna di quelle 970 vittime della criminalità, mafia, ’ndrangheta, camorra. Io ho scelto di stare dalla parte della verità, della giustizia, dello Stato e delle persone che continuano ogni giorno a difenderci, per combattere quella mentalità mafiosa che mira a sostituire il diritto con il favore. E lo faccio raccontando, da figlia, la storia di mio padre, Vincenzo Grasso, ucciso dalla ’ndrangheta il 20 marzo 1989 sotto casa». Sono le parole che Stefania Grasso ha rivolto ieri agli studenti dell’Istituto alberghiero Ipssar De Cecco nel corso della terza giornata del Premio nazionale Borsellino coordinata dalla dirigente Alessandra Di Pietro. Ha aperto la manifestazione Maria Egle Spatorno, attrice e regista che ha presentato i brani tratti da “Donne Coraggio”, lo spettacolo sulle donne che combattono contro la mafia.
«Vincenzo Grasso», ha detto la dirigente Di Pietro introducendo l’intervento di Stefania Grasso, «era un uomo normale, viveva a Locri, concessionario di automobili. Ha cominciato a ricevere richieste di estorsione nel 1982, lui si è sempre rifiutato di cedere e ha denunciato chi voleva togliergli la libertà di fare impresa e di credere nella giustizia. Dopo sette anni è stato ucciso, il suo delitto è rimasto impunito, ma da quel momento si è alzata una voce fortissima e Stefania è diventata una testimone di verità, di un’esigenza di giustizia. Il senso del nostro cammino come scuola è quello di ricordare ai nostri ragazzi di non cedere al disincanto, al pessimismo, ma di conoscere e di avere sempre la visione del cambiamento possibile».
«Sulla vicenda di mio padre forse ho sbagliato io», ha esordito Stefania Grasso, «ero una ragazza normale, andavo a scuola e, anche se vivevo a Locri, in provincia di Reggio Calabria, il paese della ‘ndrangheta che uccide, ero convinta che non fosse un problema mio, di una famiglia semplice come la mia. Purtroppo il nostro Paese ha avuto tante vittime innocenti di cui non conosciamo il nome, né la storia, ed è un elenco lunghissimo, 970 nomi e non è un elenco completo. L’associazione Libera, di cui sono dirigente nazionale, fondata nel ’95 da don Luigi Ciotti, ha raccolto, per ciascuno di quei nomi, la storia, coinvolgendo le famiglie affinché facessimo rete. Nell’anno 1989 c’è il nome di Vincenzo Grasso, un’esistenza normale. Aveva dieci fratelli, aveva studiato, ma poi si era dedicato alla sua passione i motori, prima come manovale, poi aveva aperto la sua officina, quindi la rivendita di pezzi di ricambio, di auto usate, nuove e poi di motori per le barche. Papà aveva capacità imprenditoriale, ma nel nostro territorio non si è liberi di fare impresa, e sin dai tempi della prima officina mio padre aveva cominciato a ricevere minacce. E subito mio padre decise di denunciare e spiegò a me e mio fratello che quella era la strada giusta, non perché fosse un eroe, ma perché era convinto che i soldi che guadagnava lavorando onestamente servissero per far studiare noi. A voi ragazzi chiedo di conoscere, di non restare indifferenti, di portare avanti i valori per i quali tanti si sono sacrificati, è un nostro dovere farlo». (e.r.)

