Le 2.600 aziende di moda: «Fateci tornare a lavorare»

In Abruzzo oltre 13mila addetti aspettano di programmare la stagione
PESCARA. È un grido di disperazione quello che proviene dal settore moda e tessile messo a nudo dalla crisi innescata dalla pandemia. Un settore che si avvicina a scadenze stagionali importanti e che in Abruzzo muove un export di decine di milioni di euro (230 solo nel polo teramano) coi suoi 13.392 addetti.
LA RICHIESTA. Da qui l’appello di Cna Federmoda: «Riaprire al più presto anche in Abruzzo la filiera produttiva della moda». Il presidente nazionale Marco Landi contesta al governo di «aver dimenticato, nell’ampliamento delle attività che possono riaprire, una delle punte di diamante del Made in Italy». Perché, questo l’atto di accusa, «le aziende che operano nella manifattura della moda italiana e che riempiono le passerelle e i negozi del mondo non sono comprese tra le filiere considerate strategiche per la ripresa».
COSÌ IN ABRUZZO. Sono 13.392 gli addetti e 2.627 le aziende in attività (1.611 nel solo abbigliamento). L’eccellenza mondiale della regione si chiama Brioni, maison d’alta moda con sede a Penne e con stabilimenti anche a Montebello di Bertona e Civitella Casanova. Ma la storica roccaforte dell’Abruzzo, rappresentata da decine e decine di piccole imprese (nonostante le crisi negli anni hanno colpito duro) «ha mente, cuore e braccia nell’area teramana, territorio leader con 1.840 imprese registrate, 1.535 delle quali attive, per 8.400 addetti», sottolinea il direttore della Cna provinciale, Gloriano Lanciotti, che è anche presidente della Camera di commercio: «In termini di export, l’ufficio studi del nostro ente camerale ci dice nel 2018 il comparto muoveva qualcosa come circa 53 milioni di euro per il tessile, oltre 77 per l’abbigliamento, quasi 103 per la pelletteria. Una filiera che ora deve essere sostenuta con decisioni che ne riavvino l’attività».
«È IL PUNTO LIMITE». Carla Ripani, presidente regionale di Cna Federmoda, è titolare di un’azienda di pelletteria con sede a Tortoreto e punti vendita anche a Dubai. «Siamo al punto limite come date per lavorare sulle nostre prossime collezioni», afferma Ripani, «se non ci sarà offerta la possibilità di riaprire subito, un mare di opportunità andrà perduto. Resteranno invece in piedi i pagamenti: i nostri fornitori li esigono subito, mentre al contrario quelli che noi forniamo chiedono dilazioni, e sinceramente è difficile non accogliere le loro richieste. Insomma, paghiamo adesso, incassiamo a Natale, se tutto va bene». L’imprenditrice Ripani, 25 dipendenti diretti, senza contare la cinquantina di addetti che lavorano nell’indotto, è nella condizione di riprendere subito l’attività. Anche e soprattutto sotto il profilo della sicurezza: «Ho un capannone di 3.200 metri quadrati, e dunque la superficie media per ciascuno dei miei dipendenti è di 120 metri quadrati. Quanto basta, direi, per produrre in condizioni di assoluta sicurezza sanitaria».
ITS MODA PESCARESE. Giovanni Di Michele, presidente dell’Its Moda pescarese aggiunge altre considerazioni: «Le lezioni con i nostri allievi proseguono nella modalità online e questo permetterà all’attività didattica di proseguire per fortuna regolarmente». Poi, da imprenditore con un’avviata azienda di pelletteria a Mosciano Sant’Angelo, aggiunge: «Nel nostro territorio ha preso corpo un importate consorzio di eccellenze artigiane, Atea, che punta con forza le sue carte su e-commerce ed export. Un distretto che mette assieme qualcosa come 55 aziende del comparto della moda, dal tessile-abbigliamento alla pelletteria. Dobbiamo fare i conti con una situazione difficilissima, con problemi tanto delle imprese che producono in proprio, quanto dei contoterzisti che invece lavorano per le grandi firme. Le prime hanno in pratica buttato già a mare la stagione primavera-estate 2020, ma adesso, se non si riapre subito, si corre il rischio di far saltare anche quella invernale 2020-2021. E questo non ce lo possiamo permettere. E le imprese che lavorano invece per i grandi marchi, in conto terzi sono già state messe di fronte a un calo della produzione del 30-40%».
UNA SPERANZA. Eppure, dice ancora Di Michele, in fondo al tunnel si intravede la luce: «I segnali che arrivano dal mercato cinese, dopo la riapertura, sono confortanti, ci segnalano una ripresa degli ordini consistente: l’importante è non lasciarsi sfuggire questa opportunità, che solo riaprendo al più presto saremo in grado di cogliere».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

