Lotta al caro gasolio Domani in città le marinerie italiane

I rappresentanti delle regioni si riuniranno all’Aurum Scordella: senza soluzioni, dovremo chiudere e licenziare
PESCARA. «Siamo pronti a fermare l’attività, chiudere le aziende e mandare tutti a casa. Non ci importa più nulla». C’è rassegnazione, esasperazione e tanta rabbia dietro le parole di Francesco Scordella, presidente degli Armatori di Pescara. Il motivo è sempre lo stesso. Lo è da mesi, «perché non è cambiato assolutamente niente», ribadisce. «Anzi è pure peggiorata la situazione». Il gasolio schizzato a 1 euro e 30 centesimi non è sostenibile per i pescatori. «Tutte le mattine, quando apre la Borsa, il prezzo del gasolio aumenta», sottolinea. «Io, solo il mese scorso, ho pagato 80 mila euro di gasolio, prima 35 mila. Ci sono barche che hanno pagato persino 100 mila euro. Consideriamo che una barca consuma 2.500-3 mila litri al giorno di gasolio. La più piccola almeno 600-700. Il conto è presto fatto. I costi sono fissi per noi pescatori, ma l’entrata no. Quando si esce in mare aperto, un giorno torniamo con il pescato. Un altro giorno non peschiamo nulla. Un altro ancora si rompe la barca. Non si può determinare il prezzo del pesce». Con l’incertezza di un’entrata che dipende da troppi fattori variabili in mare aperto, fronteggiare una spesa più che raddoppiata diventa impossibile. Per valutare insieme come muoversi e come affrontare il problema, sabato mattina all’Aurum di Pescara, ci sarà una grande assemblea tra tutte le marinerie d’Italia. Stileranno un documento indirizzato a Roma contenente la richiesta di interventi immediati. Ma se non dovessero arrivare, la conseguenza sarà una sola. Il fermo, non temporaneo, ma definitivo, con i licenziamenti di tutti i dipendenti.
«Non ci sarà nessuna protesta», chiarisce Scordella, «ma sabato ci incontreremo con tutte le marinerie d’Italia per decidere insieme quando fermarci. Con i rappresentanti faremo un documento unico, con le nostre richieste al governo e ai sindacati. C’è poco da fare ormai. Non riusciamo più a lavorare. Come facciamo ad andare avanti con il gasolio a 1,30 euro quando prima lo pagavamo 40 centesimi. Siamo costretti a fermarci». Non sembra esserci più la luce in fondo al tunnel per la marineria, prima per la pandemia e ora per la guerra e il caro gasolio.
«Non ci interessa andare per strada. Abbiamo solo una soluzione davanti. Fermare le attività, consegnare i documenti. Licenziare tutti. Io da solo con tre barche ho 16 dipendenti. A Pescara siamo 300 imbarcati», continua Scordella nella sua analisi. «In Italia siamo 30 mila, e se rimaniamo tutti senza lavoro poi diventa un problema dello Stato. Sarà un disastro». Le conseguenze non riguardano solo i pescatori e le loro famiglie, che da un giorno all'altro potrebbero trovarsi senza più uno stipendio. A rimetterci sarebbe in brevissimo tempo tutto l'indotto connesso.
«I commercianti non avranno più il prodotto e il settore ittico morirà», va avanti il presidente degli Armatori. «I ristoranti sono già in ginocchio, figuriamoci dopo. Poi ci sono i fornitori, le banche. Se chiudiamo, chiunque potrà bussare alle nostre porte, ma saranno chiuse e non si riapriranno. A nessuno importa di noi. Dove sono le associazioni, dove stanno i sindacati?» accusa Scordella. «Non serve più nulla ormai. Non andremo per strada», ripete. «Non abbiamo cento soluzioni davanti. Ce n'è solo una. Chiudere. E restare a casa».

