Mafia dei pascoli, gli indagati restano in silenzio davanti al gip

PESCARA. Scelgono la strada del silenzio i personaggi coinvolti nell’inchiesta sulla “mafia dei pascoli”: l’operazione “Transumanza” della guardia di finanza di Pescara, guidata dal colonnello...
PESCARA. Scelgono la strada del silenzio i personaggi coinvolti nell’inchiesta sulla “mafia dei pascoli”: l’operazione “Transumanza” della guardia di finanza di Pescara, guidata dal colonnello Antonio Caputo, coordinata dalla procura distrettuale antimafia dell’Aquila. Negli interrogatori di garanzia davanti al gip aquilano Guendalina Buccella, 24 dei 25 destinatari di misure cautelari personali hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice. Un silenzio dettato soprattutto dalla montagna di carte in mano agli inquirenti che per ora non consentono ai difensori di capire la reale portata di questa inchiesta dove la distrettuale ha contestato, fra i tanti reati, anche l’associazione di tipo mafioso, vista la presenza di personaggi legati alla mafia del Gargano e in particolare alla famiglia Li Bergolis che, secondo l’accusa, tirava le fila di questo affare milionario.
Sei milioni di euro la truffa che viene contestata ai danni dell’Unione Europea, messa a segno attraverso pascoli fantasma e speculazioni sui titoli di coltura utilizzati. Una inchiesta che coinvolge 75 persone, 25 delle quali destinatarie delle misure cautelari di obbligo di dimora e misure interdittive (e fra questi anche Francesca Federico di Popoli e Americo Pezzopane dell’Aquila, mentre altri quattro abruzzesi figurano solo come indagati). Una complessa inchiesta durata due anni, con più di 100mila intercettazioni telefoniche e 8mila interrogazioni alle banche dati, oltre ad accertamenti bancari su 270 conti correnti. Fra i principali indagati i fratelli Armando e Mariano Berasi e Angelo Tarantino «appartenente alla famiglia “Tarantino”», come scrive il gip, «affiliata al clan “dei Montanari” (famiglia Li Bergolis della mafia garganica)». Un meccanismo gestito, secondo l’accusa, «in maniera accentrata dal sodalizio e con la collaborazione di esperti del settore, fra cui taluni gestori di Centri di assistenza agricola compiacenti e professionisti specializzati che ne curano anche i contenziosi amministrativi e civili». E tra questi ci sarebbero un avvocato romano, ma anche un’avvocatessa dell’Aquila nel cui studio lavorava una delle principali indagate dell’inchiesta, Marina Casarin, veneziana residente però all’Aquila, destinataria della misura cautelare e alla quale viene contestata l’associazione per delinquere. Adesso il fascicolo torna nelle mani della procura distrettuale.

