Maraini: è bello stare sul palcoscenico Ma non dobbiamo forzare i tempi

3 Luglio 2020

La raccontatrice di storie Dacia Maraini è una habituè della nostra regione. Ha girato tutto il mondo, ha attraversato una guerra, ha sofferto la fame in un campo di concentramento giapponese, ha...

La raccontatrice di storie Dacia Maraini è una habituè della nostra regione. Ha girato tutto il mondo, ha attraversato una guerra, ha sofferto la fame in un campo di concentramento giapponese, ha incontrato personaggi di enorme spessore e non ha mai smesso di viaggiare. Per lavoro soprattutto. Ma quando avverte la necessità di riconciliarsi con la natura l’appuntamento con la sua casa di Pescasseroli è irrinunciabile. Gli operatori della cultura e dello spettacolo in tempi di coronavirus sono in difficoltà. Affrontiamo il tema tra cause e possibili soluzioni.
Il lungo periodo di lockdown ha inevitabilmente prodotto danni sotto tutti i punti di vista, culturali ed economici. Zero spettacoli, zero presentazioni di libri (fatta eccezione per quelle online), cinema chiusi. Ora si sta pian piano riaprendo tra mille precauzioni e preoccupazioni. Come pensa che sarebbe giusto intervenire per risollevare i settori della cultura e dello spettacolo?
«Non si possono forzare i tempi. Una pandemia è una pandemia, qualcosa che ci renderà più poveri e più soli. Bisogna prepararsi ad affrontare questa nuova situazione. Non credo che sia una politica giusta quella di aprire tutto: scuole, teatri, alberghi. Poi, come si è visto, la gente non viene, per paura. Non si risolve una grave malattia facendo finta di niente. Si rischia di precipitare, come il Brasile, in una rovina catastrofica».
L’annullamento o rinvio di manifestazioni di alto livello culturale, come la sua “Pescasseroli legge”, determina un abbassamento di quella vitale necessità di respirare aria di sapere di cui oggi c’è grande bisogno. Lei pensa che sarà possibile rimediare all’impoverimento culturale che durerà ancora per qualche mese?
«Lo spero. Questa estate però non faremo Pescasseroli legge perché nessuno scrittore prende impegni per il momento».
Che può fare lo Stato? Le prime misure sono soddisfacenti? L’Italia ha risposto adeguatamente alla pandemia oppure sono stati commessi errori?
«Lo Stato esiste nel momento in cui i cittadini lo amano e lo difendono. Mentre da noi, forse per via di una Storia in cui lo Stato si è identificato per secoli con un Paese straniero, abbiamo sempre avuto un pessimo rapporto con lo Stato. Non riusciamo ad amarlo. Lo evochiamo quando ne abbiamo bisogno, per poi insultarlo e maltrattarlo (le tasse non pagate sono un esempio macroscopico) appena ci fa comodo».
L’isolamento è stato definito “sociale” e non “fisico”. Lei è una cultrice della lingua italiana, non pensa che le parole abbiano un significato preciso e in questo caso abbiano rappresentato in maniera inadatta ciò che stava accadendo?
«Sì, io l’ho detto subito che era sbagliato chiamare l’allontanamento “sociale”. Si tratta di un distacco fisico, non sociale. Ma a furia di usare parole inglesi ci stiamo dimenticando l’italiano».
L’Abruzzo ha patito come tutte le regioni le conseguenze del lockdown. Lei che ormai è abruzzese di adozione quali consigli darebbe a chi gestisce la cosa pubblica per fare in modo che le decine di compagnie teatrali, le centinaia di musicisti e di scrittori possano essere aiutati a sopravvivere?
«Una cosa buona di questo periodo di globalizzazione sono i mezzi tecnologici di cui disponiamo. In un momento in cui è oggettivamente difficile mettere insieme le persone, dobbiamo imparare a comunicare per via telematica. Già lo stiamo facendo. Ma credo che possiamo fare di più. Non credo che il teatro o la scuola possano passare a un rapporto da remoto, è bellissimo stare in classe coi compagni, così come è bello stare in una platea piena di gente davanti a un palcoscenico animato di attori, ma come ho detto, non si possono forzare le cose. Se il virus continua a circolare, se ogni assembramento porta pericoli di contagio, dobbiamo evitare i luoghi affollati. Di questo malefico virus di cui sappiamo poco e niente non abbiamo ancora capito la gravità. Infatti i virologi sono l’uno contro l’altro, ciascuno difende le sue teorie, non per nascondere le cose , ma perché del Covid 19 non si riescono a prevedere le mosse future. Dicono i medici che agisca non solo sui polmoni ma sul cuore e sul cervello, e questo ci deve rendere più prudenti e soprattutto cercare di mantenere il controllo sulla sua diffusione. Semmai possiamo trovare il modo di fare pagare un biglietto a chi partecipa via etere a rappresentazioni teatrali. Sono sicura che si possa fare. Per leggere i giornali in via telematica non si paga un abbonamento?».
In una recente intervista al Centro l’attore Lino Guanciale, con cui lei ha lavorato, ha proposto il rilancio dell’Abruzzo film Commission prevedendo un potenziale di crescita dell’indotto, dalle location alla ricettività, dalla logistica alla valorizzazione degli attori locali. È la strada giusta da percorrere?
«Voglio bene e stimo Lino Guanciale che non solo è un ottimo attore ma è anche un uomo generoso, ragionevole e gentile d’animo. Sono d’accordo con lui».
La pandemia, così come accaduto dopo i terremoti e in occasione di altre tragedie, potrebbe offrire delle opportunità di rilancio grazie anche agli aiuti economici in arrivo dall’Europa?
«Dobbiamo fare in modo non solo di uscire da questa tragedia, ma anche di cavarne qualcosa di buono. E credo che possa essere una occasione per ripensare a uno stile di vita troppo frenetico e compulsivo, troppo basato sul consumo. Le persone vitali e ragionevoli sanno sempre tirare fuori qualcosa di buono dalle disgrazie. I protestatari per principio, coloro che credono di risolvere le cose insultando, urlando, minacciando, possono invece diventare vittime della malattia e fermare ogni progetto positivo».
Lei su cosa sta lavorando in questo momento? Il suo buon retiro di Pescasseroli continua a ispirarla?
«A Pescasseroli lavoro bene. Mi sento serena avendo intorno boschi e montagne. E poi devo dire che amo la gente del paese con cui faccio amicizia e mi fa sentire in famiglia. In quanto al lavoro, ho appena pubblicato un nuovo romanzo che si chiama “Trio”. È un romanzo storico che si svolge durante la peste nella Messina dell’anno 1743. La peste è esistita veramente e ha molti punti di contatto con la pandemia di oggi. La storia è inventata. Il tema è l’amicizia in tempi di tensione sociale».
Un pregio e un difetto degli abruzzesi?
«Dividerei gli abruzzesi della costa dagli abruzzesi della montagna. Io conosco soprattutto quelli della montagna che sono scorbutici e chiusi in superficie, ma hanno capacità di andare a fondo delle cose, e quando ti diventano amici, lo sono per sempre».(d.r.)
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