Minacce a Pettinari: «Adesso ho paura ma non mi fermerò»

Il vice presidente del consiglio regionale esce allo scoperto «Denuncio il malaffare, le istituzioni mi hanno lasciato solo»
PESCARA. «Convivo con la paura, ogni giorno, soprattutto da quando tipi loschi e incappucciati sono stati visti aggirarsi nel giardino della mia abitazione. Subisco minacce e intimidazioni sui social e pesanti insulti per strada. Non ho la scorta, temo per la mia famiglia e sono costretto a guardarmi le spalle ogni volta che esco e rientro a casa. Le istituzioni mi hanno lasciato solo a condurre le mie battaglie contro malaffare e criminalità, ma sono intenzionato ad andare avanti. Se sono così scomodo vuol dire che sto facendo, fino in fondo, il mio dovere».
Con voce sommessa, ma ferma e senza rancore, Domenico Pettinari, pescarese, 41 anni, vice presidente del consiglio regionale ed esponente del M5S «apre il cuore», mai come questa volta, e racconta al Centro che cosa vuol dire essere un «soldato in trincea», che combatte battaglie di civiltà nei quartieri difficili, con il tricolore dello Stato in mano. E mentre lo fa, viene «accerchiato dai delinquenti e intimorito perché io rappresento una minaccia per i loro traffici illeciti».
Dopo aver riacceso i riflettori nazionali, giorni fa, sul degrado e la malavita di Rancitelli, arrivano le intimidazioni via social. Pettinari, fondatore nel 2004 del movimento "Coraggio e Fermezza" con il quale ha avviato le prime battaglie sul fangodotto e per 9 anni (2005-2014) ai vertici di Codici, associazione che si batte per i diritti del cittadino a Zanni, pubblica gli strali senza nomi sul suo profilo Facebook «perché io, a differenza di chi mi vuole colpire, sono sempre rispettoso del prossimo», commenta.
Chi scrive, invece, lo definisce con termini irripetibili, gli dà del cocainomane, gli ricorda di «non pensare che solo a Rancitelli stanno i criminali» Fino all’avviso minaccioso: «Nessuno si nasconde, ma quando servono le chiamate alle armi vanno fatte. C'è il momento del dialogo e quello dell'azione».
La reazione di Pettinari è: «Adesso basta». E mentre prepara una denuncia da presentare al prefetto Giancarlo Di Vincenzo, e successivamente in Procura, srotola il filo di «dieci anni di lotte per aiutare la gente, in difesa dei più deboli» e altrettanti «di minacce, offese, occhiatacce, parolacce, insulti». Ed esce allo scoperto, come non è mai accaduto.
Pettinari, ha paura?
«La paura c'è sempre, ma trovo dentro di me il coraggio, forse un po' incosciente e spregiudicato talvolta, per andare avanti. Sono credente e osservo il Vangelo, per cui credo di avere un angelo custode al fianco perché più volte mi sono sentito un miracolato, protetto da una forza mistica. Ne ho subite tante negli anni, minacce e offese di ogni genere. Quelle di oggi non sono nemmeno le più gravi, ma mi fanno male. Perché colpisce me e tanti cittadini onesti per i quali combatto per la legalità e contro ingiustizie e illegalità, perché i prepotenti non vincano sui più deboli. Ciò che mi addolora profondamente è il pensiero di poter indirettamente provocare del male alla mia famiglia, mia madre, con cui vivo, e mia sorella. Sono preoccupato per loro, provo sensi di colpa quando le lascio sole per andare a lavorare. C'è stato un episodio in passato, regolarmente denunciato alle forze dell'ordine, che mi ha messo particolarmente in allarme: circa un anno fa, qualcuno mi ha riferito di aver visto aggirarsi tipi loschi e incappucciati nel mio giardino, intorno alla mia macchina parcheggiata, poi messi in fuga dall'abbaiare di un cane. Ogni giorno, esco di casa e mi guardo le spalle. La sera rientro e mi guardo le spalle. Non mi vergogno a rivelare che quei cinquanta passi, tra il garage e il portone di casa, li percorro a gran velocità. In quei momenti mi passano brividi di paura».
Qualcuno ha mai tentato di farle del male fisicamente?
«Per strada mi becco gli insulti di certi soggetti: pezzo di m.., figlio di p..., smettila con Rancitelli, mi urlano contro. Sono minacce striscianti, occhiatacce, parolacce, allusioni forti. Ma a Fontanelle andò peggio nel 2011, quando non ero ancora consigliere regionale. Durante una fiaccolata per la legalità, a capo di un corteo di mille persone insieme a Nello Raspa, facemmo una via crucis sotto le case dei boss che, dai balconi, ci gettarono mazze di legno in testa. Ma fu una battaglia memorabile, ci riappropriammo del territorio. Io li capisco, mi metto nei loro panni. Per loro rappresento una minaccia perché cerco di interrompere i loro traffici. Perdono terreno. Con queste battaglie, il loro business viene minato. Sì, penso alla morte. Ma poi trovo il coraggio di andare avanti con i cittadini che mi appoggiano e non mi fanno mancare il conforto».
Che messaggio lancia a chi la minaccia?
«Se per taluni sono scomodo, vuol dire che sto facendo il mio dovere fino in fondo e sto cercando di far sentire meno soli i tanti cittadini con i quali vivo dolore e sofferenza. Sono costretto a gesti eclatanti e spettacolari, solo così si possono accendere i fari su chi delinque. Io non mi fermerò. E per la cronaca, non sono mai stato cocainomane».
La gente che cosa le dice?
«I cittadini mi chiamano e piangono. Mi dicono: stai attento, gli eroi morti non servono a nessuno».
Il Pettinari che pochi conoscono?
«Suono il violino da quando avevo sei anni, ma non ho più tempo. Non stacco mai il cellulare, leggo libri ma, di più, atti per le inchieste. E se non avessi fatto il politico, sarei diventato investigatore».

