Morta in ospedale a 21 anni: la Asl dovrà risarcire la famiglia

9 Aprile 2024

A sei anni dalla tragedia che colpì Federica De Marco, arriva la decisione del giudice civile di Chieti «Le omissioni dei sanitari hanno privato la giovane della chance di sopravvivenza, che era del 40%»

FRANCAVILLA. A distanza di quasi sei anni dalla prematura scomparsa della 21enne Federica De Marco, di Francavilla al Mare, arriva la decisione del giudice civile di Chieti, Marcello Cozzolino, che condanna la Asl Lanciano-Vasto-Chieti a risarcire i familiari della ragazza deceduta il 4 luglio del 2018, dopo il ricovero nell’ospedale SS. Annunziata di Chieti avvenuto in data 27 giugno 2018.
«Si tratta di una pronuncia», dichiara l’avvocato Adriano Di Sabatino del foro di Teramo che ha seguito la famiglia della giovane, «che rende giustizia a una famiglia distrutta dal dolore, alla quale in una manciata di giorni veniva strappata al loro affetto l’adorata figlia».
Nella sentenza, basata soprattutto sui risultati della consulenza del collegio di esperti «nominato sia nel procedimento di istruzione preventiva che nel corso del presente giudizio di merito», il tribunale ritiene di dover far proprie (non condividendo le risultanze della consulenza di parte) quelle osservazioni e di «affermare che le omissioni dei sanitari in servizio presso l’azienda resistente non hanno causato la morte della giovane Federica De Marco, bensì l’hanno privata delle chance di sopravvivenza che avrebbe avuto nella misura del 40%». Ed è attorno a questo parametro che si basa il riconoscimento del risarcimento che si aggira sui 500mila euro (in particolare in favore dei genitori e della sorella), cifra inferiore a quella richiesta dai ricorrenti che, sulla scorta di quanto evidenziato dai propri esperti, indicavano una chance di sopravvivenza intorno al 75/80%, non ritenuta però idonea dal tribunale.
In un primo momento, subito dopo il ricovero, si pensava che la paziente fosse affetta da una epatite virale che non le avrebbe lasciato scampo, ma i familiari da subito non hanno accettato quella versione.
La causa civile ha poi comunque accertato una responsabilità della Asl in relazione al grave ritardo diagnostico e per l’inadeguatezza delle cure prestate. Fu infatti una Tac all’encefalo, eseguita soltanto dopo il quarto giorno di ricovero (in data 30 giugno 2018), ad evidenziare una trombosi dei seni venosi cerebrali con grave ipertensione endocranica. Ma ormai era troppo tardi e lo stato morboso della paziente era troppo avanzato per poterla strappare alla morte.
La quantificazione del risarcimento è poi stata determinata, come detto, da questioni squisitamente tecniche in relazione alle richieste avanzate dal legale della famiglia. «Gli atti istruttori», aggiunge il giudice, «non forniscono adeguata prova del nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso della giovane», affermando che la paziente fu correttamente ricoverata per sospetta epatite (con un quadro clinico piuttosto importante), ma anche che i consulenti hanno ritenuto «imprudente il mancato accertamento a mezzo Tac encefalo, che avrebbe consentito di anticipare la diagnosi di trombosi venosa cerebrale di uno o due giorni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA