«Noi, rapinati degli orologi d’oro minacciati e sottotiro dei fucili»

L’assalto alla gioielleria Officine Complicato ricostruito durante il processo: uno dei banditi in azione incastrato grazie allo specchietto di diverso colore dell’auto e al dispositivo gps dell’assicurazione
PESCARA. Le fasi salienti della rapina che fu messa a segno il 27 dicembre del 2018 nella gioielleria Officine Complicato, nel pieno centro di Pescara, in piazza Salotto, sono state ripercorse ieri durante l’udienza del processo che si tiene davanti al collegio del tribunale di Pescara. Per quell’assalto armato – i banditi entrarono in azione con due fucili – sono finiti a processo in quattro: i due pescaresi Jhonny Di Pietrantonio (l’unico detenuto e l’unico presente ieri in aula) e suo cugino Kevin Cellini, entrambi difesi dall’avvocato Roberto Serino, oltre a due messinesi, Kevin Schepis e Giosuè Barbuscia. I cugini Di Pietrantonio e Cellini sono gli stessi coinvolti nell’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi, colpito mentre faceva un servizio sullo spaccio di droga nel “loro quartiere” Rancitelli. Il procedimento riguarda anche un quinto imputato, il pescarese Marco Sciocchetti, coinvolto per una tentata rapina che sarebbe stata organizzata con Di Pietrantonio e Cellini ai danni di un trasportatore di gioielli nei pressi dell’ingrosso di oro Sodomigliori di Conce srl.
Il primo a sedere sul banco dei testimoni è stato il titolare della gioielleria Complicato, Luca Del Vecchio, chiamato dal pm Rosangela Di Stefano. «Ricordo che erano circa le 11 del mattino quando alla porta suonò una signora, almeno così sembrava, con cappotto nero e occhiali neri da sole. Tentennò prima di entrare, come se stesse aspettando qualcuno e infatti insieme a lei entrò un uomo con un casco integrale. La donna tirò fuori un fucile e nel dire “state fermi e non muovetevi”, tradì il fatto di essere un uomo. Dentro al negozio entrarono in tre (mentre il quarto faceva da palo fuori, ndc) e uno di loro ruppe la vetrina e si impossessò di 5/6 orologi di pregio per un valore di circa 118 mila euro. Poi fuggirono tutti e quattro con due moto che erano lì fuori del negozio».
Quasi identica la versione della commessa, Felicia Servanescu, che è stata forse ancora più precisa, descrivendo anche i pantaloni neri, modello leggins, che indossava il bandito travestito da donna, insieme a stivaletti neri e il rossetto. Poi le vittime si abbassarono dietro il bancone e non riuscirono a vedere più nulla. Il tutto durò al massimo due o tre minuti. E qualche minuto dopo la rapina arrivò la segnalazione di due moto incendiate nel parcheggio dell’ex Fea in via Foscolo e successivamente un testimone riferì di aver visto due auto nelle vicinanze: una Fiat Bravo e una Golf, una delle quali con a bordo un uomo che, in base al confronto con le foto, fu riconosciuto essere Di Pietrantonio; l’auto, poi, aveva un segno particolare: aveva uno specchietto di diverso colore e un cerchione anch’esso diverso. E nello stesso pomeriggio furono i carabinieri a segnalare Di Pietrantonio mentre si trovava davanti ad un lavaggio auto con una Golf che aveva gli stessi particolari segnalati dal testimone. Nell’auto i militari rinvennero anche un casco compatibile con uno di quelli usati per la rapina.
Dettagliata anche la versione fornita da un investigatore della squadra mobile, Amerigo Verì, che ha spiegato al collegio l’attività investigativa svolta, precisando che il gps dell’assicurazione aveva permesso alla polizia di tracciare tutto il percorso fatto dalla Golf il giorno della rapina che coincideva con i passaggi fondamentali del dopo colpo. Adesso si tornerà in aula il 12 aprile prossimo quando la consulente della procura depositerà una integrazione della trascrizione delle telefonate e soprattutto degli ambientali posti in una delle auto e negli uffici della questura, in quanto i due messinesi si presume parlassero in dialetto locale molto stretto che necessita quindi della collaborazione di un esperto.

