Presi i rapinatori della gioielleria Aggredirono gli inviati della Rai

Uno in cella, l’altro ai domiciliari. In un video sul telefonino, vengono filmati mentre sparano
PESCARA. Armati fino ai denti, rapidissimi, organizzati quasi alla perfezione. Sembrava un commando inespugnabile quello che la mattina del 27 dicembre ha messo a segno una rapina nella gioielleria “Officine complicato”, in piazza della Rinascita, riuscendo a portare via 5 orologi del valore di circa 120mila euro. E invece le prime tessere del mosaico costruito dai rapinatori sono crollate immediatamente, già nelle ore successive al colpo.
Un po’ per volta, la squadra mobile, che ha potuto contare sulla collaborazione costante dei carabinieri del Nucleo investigativo, ha ricostruito il quadro e negli ultimi giorni, quando si è capito che poteva scattare un’altra rapina, la polizia è intervenuta per bloccare due presunti componenti di quella banda, due pescaresi di Rancitelli, Jhonny Di Pietrantonio, 22 anni, e il cugino, Kevin Cellini, 24 anni, ormai noti in tutta Italia per l’aggressione al giornalista di Rai2 Daniele Piervincenzi e ai componenti della sua troupe. Il primo indagato è finito in carcere, il secondo è agli arresti domiciliari e il coinvolgimento è diverso, per il giudice per le indagini preliminari Nicola Colantonio.
TRAVESTITO DA DONNA Questi i fatti, come sono stati ricostruiti dettagliatamente dal personale della Mobile, diretta da Dante Cosentino, con il coordinamento delle indagini affidato al sostituto procuratore Rosangela Di Stefano. Alle 11.14 si presenta in gioielleria una donna, o meglio un uomo travestito da donna, con un trucco pesante. Ha i capelli lunghi, indossa un cappotto e occhiali scuri. Entra nascondendo un fucile e viene raggiunta da un complice, anche lui armato di fucile e con il casco che, sotto al porticato che dà su via Carducci, si fa sfuggire dalle mani un frangi vetro metallico rosso, subito raccolto. In quegli istanti sotto ai portici arrivano altri due complici, su due moto Ducanti Monster (rubate): uno entra nel negozio con il casco, per poi rompere una vetrina espositiva e prendere alcuni orologi, mentre altri orologi vengono afferrati da una seconda vetrina. Il quarto complice resta fuori. Una volta arraffato il bottino i quattro fuggono. È passato poco più di un minuto, in tutto.
MOTO A FUOCO Le moto vengono bruciate subito dopo nel parcheggio sul lungomare dell’ex Fea, usando del liquido contenuto in una tanica: lì i rapinatori hanno a disposizione una Golf nera e una Bravo di colore marroncino che escono dal parcheggio (lato via Manzoni) per raggiungere il lungomare. Le immagini delle telecamere posizionate in più punti consentono di ricostruire il percorso della Bravo, che potrebbe essere quella di Cellini, e la Golf che la segue, che potrebbe essere della compagna di Di Pietrantonio. E dai filmati emergono subito due dettagli fondamentali: la Golf nera ha uno specchietto retrovisore argento metallizzato e i cerchi delle ruote (lato destro) sono diversi, uno è di metallo chiaro e l’altro è di metallo scuro. Il giorno stesso la Golf della compagna di Di Pietrantonio viene controllata dai carabinieri del Nucleo investigativo a San Donato e vengono notati proprio questi particolari: il colore dei cerchi diverso e lo specchietto retrovisore color argento. Poi, dietro al sedile, ci sono un casco e il cappuccio di una giacca. Con il passare delle ore, su segnalazione dei passanti, vengono rintracciati tra i cespugli, sulla pista ciclabile che costeggia il fiume, un casco, uno scalda collo, un martelletto frangi vetro e una borsa nera, di cui si sono disfatti i rapinatori. Scatta così, il giorno dopo la rapina, la perquisizione a carico di Di Pietrantonio e dentro la Golf vengono trovati un casco (che sarebbe quello indossato dal rapinatore con il frangi vetro) e la ruota di scorta con il cerchio nero (che è stata usata ma non è stata rimessa nel suo spazio), sequestrati con lo scontrino fiscale delle scarpe comprate da Di Pietrantonio il giorno della rapina, attorno alle 13, in corso Umberto, non lontano dal posto della rapina. Le diverse testimonianze raccolte, i riscontri della polizia scientifica sul materiale sequestrato e gli altri accertamenti tecnici, in particolare il sistema di localizzazione Gps montato sulla Golf a fini assicurativi, consentono alla polizia di acquisire elementi utili. La scatola nera sull’auto rivela che il 27 la Golf si è spostata da via Tavo a via Manzoni (e ritorno) e prima ancora è stata nelle zone dove sono state rubate le moto (una è sparita da via San Silvestro la notte prima dell’assalto, l’altra tra il 20 e il 22 dicembre in via De Amicis).
I due, che per il colpo in piazza della Rinascita avrebbero contato sulla collaborazione di «persone di maggiore spessore arrivate da fuori Pescara», non si fermano.
SPARI AL BIDONE La polizia, attraverso le intercettazioni, intuisce che stanno organizzando la rapina a un rappresentante orafo, per cui vanno fermati. E sul telefonino di Cellini viene trovato un video in cui lui e Di Pietrantonio sparano con un fucile Winchester (ripresi da una terza persona), colpendo un bidone di plastica. Considerata la «propensione all’uso della violenza» e la «pericolosità per la collettività» della coppia il giudice dispone l’arresto, tanto più che proprio i due hanno aggredito un giovane tossicodipendente con una mazza da baseball, sotto una telecamera. Per Di Pietrantonio il giudice ha ritenuto che sussistano gravi indizi di colpevolezza per la rapina, la ricettazione e l’incendio delle moto e il porto abusivo di fucili. Per Cellini, indagato per gli stessi reati, i gravi indizi di colpevolezza che hanno portato all’arresto riguardano la detenzione e il porto abusivo di armi. A carico di entrambi la contestazioni delle lesioni al giovane picchiato. Ma la Mobile non si ferma. E ci sono già altri indagati e altri elementi raccolti. Sparite le armi. E il bottino.

