Ragazza cerebrolesa dalla nascita L’ospedale deve pagare 4 milioni

Sentenza della Corte d’appello condanna la Regione e il ginecologo al risarcimento per un caso del ’91 La mamma della bimba accusò un distacco prematuro della placenta, poi la cartella andò smarrita
PESCARA. Ci sono voluti 23 anni e quattro sentenze per stabilire che la responsabilità per la lesione cerebrale di una bimba nata nel 1991 vada attribuita alla Regione, alla gestione liquidatoria della vecchia Usl e al ginecologo dell’ospedale civile Luigi Zampacorta. Ed è una responsabilità che costa carissima: 4 milioni e 560 mila, oltre a 100 mila euro di spese.
A stabilire il risarcimento è stata la sezione civile della Corte d’appello dell’Aquila, presieduta da Augusto Pace (consiglieri Silvia Rita Fabrizio e Maurizio Sacco), che ha rovesciato l’esito di precedenti sentenze sulla base dell’indicazione della Corte suprema, alla quale comunque i ricorrenti potranno ancora rivolgersi per ribaltare l’esito del giudizio bis di secondo grado.
La bambina, oggi 23enne e invalida al 100 per cento, rimase lesa dal parto perché non fu tenuto conto dei tracciati cardiotocografici che monitoravano la mamma, colpita da distacco prematuro della placenta. Nel corso della causa civile, i periti nominati dal tribunale avevano dichiarato che in assenza di tracciati non potevano affermare la responsabilità dell'ospedale civile e così aveva stabilito la sentenza di primo grado.
A quel punto, la famiglia si era rivolta all'équipe della Fondazione Mai Più di Venezia (rappresentata dall’avvocato Enrico Cornelio e dal professor Mario Rondinelli, già direttore della clinica ostetrica dell'università di Padova) per essere assistita durante la causa d’appello. Con una prima sentenza datata 2005, la Corte d'appello dell'Aquila aveva confermato la sentenza di primo grado.
La Fondazione aveva ritenuto che fosse giustificato ricorrere per Cassazione e la Corte suprema, con sentenza del 2010, aveva stabilito il fondamentale principio che, se l'ospedale non conserva la documentazione del travaglio in cartella, deve presumersi in colpa. Di qui, l’annullamento della sentenza di secondo grado e il rinvio a un’altra sezione della Corte d’appello dell’Aquila. I giudici hanno riconosciuto la responsabilità di Regione, Usl e medico e li ha condannati, in solido, al risarcimento dei danni nei confronti della 23enne, dei genitori e della sorella. La consulenza tecnica ha riconosciuto il danno biologico accusato dalla bimba oggi adulta, che ha necessità di assistenza e cure continue.
«Non è dubitabile», recita la sentenza, «che la gravità delle lesioni riportate escluda in modo assoluto la possibilità» per la ragazza «di un ingresso nel mondo del lavoro e, quindi, come vi sia una compromissione totale della sua capacità di guadagno». La giovane ha accusato «non solo un’invalidità motoria totale, ma anche l’abolizione quasi completa delle facoltà cognitive, con conseguente sconvolgimento della sua vita e con preclusione di qualsiasi capacità di relazionarsi con il mondo esterno. In particolare, le è compromessa irrimediabilmente la possibilità di sviluppare la propria personalità in ambiti costituzionalmente rilevanti, quali la formazione della famiglia, l’istruzione e la cultura». La Corte d’appello ha quindi sottolineato «lo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato», ma anche dei suoi familiari.
«La gravità e la permanenza nel tempo delle lesioni occorse al congiunto sono tali da pregiudicare in modo irreversibile il diritto di genitori e sorella a vivere e godere del proprio ruolo familiare in condizioni di normalità, con lesione di un diritto costituzionalmente garantito, quale quello al rapporto parentale».
In tutto questo lungo giudizio, la famiglia è stata assistita dagli avvocati Cornelio di Venezia e Carlo Alfani di Pescara.
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