Riaperta la pasticceria Orlando: «Grieco non è pazzo: ora paghi»

La vedova e i figli fanno ripartire l’attività dopo la tragedia, fiori e telegrammi da tanti cittadini. «La voglia di lavorare non c’era, ma il grande affetto dei pescaresi ci ha spinto ad andare avanti»
PESCARA. Il profumo di dolci appena sfornati inizia a invadere via Buozzi fin dalle prime luci del mattino accompagnando il risveglio dei pescaresi di Borgo marino. Sono le 4 quando si alza la serranda del laboratorio della pasticceria Orlando, otto giorni dopo l'assassinio di Giandomenico. Alessio e Francesca, i figli del pasticciere ucciso a 67 anni con quattro coltellate dal vicino di casa Giovanni Grieco, lo avevano giurato alla memoria del padre: l'attività punto di riferimento dell'intera città fin dal 1977 non chiuderà i battenti.
«La voglia di lavorare non c'è», ammette a mezza bocca la vedova, Patrizia Chiavaroli, 62 anni, sfoggiando un sorriso amaro dopo aver spalancato la porta a vetri del suo negozio alle 8 in punto. «Se non riaprivamo subito non l'avremmo fatto più”, si lascia andare la donna. Capelli biondi raccolti sulla nuca, grembiule verde pastello e mani abituate da una vita a impastare cornetti, bombe alla crema e pizzette. Sul tavolo da lavoro c'è una cornice con una foto di “Gianni” da giovane.
«I miei figli», aggiunge, «hanno voluto metterla lì, così possono guardare il padre mentre lavorano. Questo era il suo regno, era sempre qui da 38 anni a questa parte. Facciamo i dolci con l'arte di chi sa fare, senza improvvisare. Quando Alessio ha tirato fuori le paste, Francesca è scoppiata a piangere perché era il lavoro del papà. E' un dolore che non passa mai. Quando si muore in questo modo, non riesci ad accettarlo». I clienti arrivano alla spicciolata per portare un saluto, un abbraccio o un messaggio di solidarietà. Una signora ha fatto recapitare un'ortensia fucsia in segno di amicizia che, nel pomeriggio, è stata messa sulla tomba di Giandomenico al cimitero di San Silvestro. Ci sono gli amici di sempre, ma anche i semplici conoscenti e la gente del quartiere che non è riuscita a stringere le mani della famiglia Orlando il giorno dei funerali. Per l'intera giornata è tutto un via vai di persone di tutte le età. L'affetto dei pescaresi è il vero motore per andare avanti e non chiudersi in un'angoscia straziante.
«Ciao Patrizia», urla una bimba dal marciapiede in via Puccini, angolo via Buozzi. La donna sorride dall'altro lato del banco colmo di pasticcini. Poi invita la piccola a entrare e le offre due bombe alla crema: una per lei e l'altra per l'amichetta. «Abbiamo ricevuto forse sessanta telegrammi da tutte le parti d'Italia», racconta la vedova, «ci hanno scritto e telefonato turisti da Milano o da Roma che hanno la casa per le vacanze qui e ci conoscono bene. Mio marito era benvoluto da tutti. E' difficilissimo andare avanti dopo una tragedia così, ma abbiamo deciso di farlo per onorare la sua memoria».
Poi lo sguardo si incupisce quando parla dell'assassino, il vicino di casa del primo piano Giovanni Grieco, più volte denunciato dalla famiglia per le ripetute minacce nei loro confronti. «Non è pazzo», ripete più volte la vedova, «e non è vero che non voleva ammazzarlo. Gli ha sferrato quattro coltellate, non una sola. Ha ucciso mio marito a mente lucida perché è un uomo di indole cattiva. E' un violento fin da quando era bambino e giocava con mio figlio Alessio. Qui intorno lo sanno tutti. Da piccolo trucidava i gattini e minacciava gli altri bimbi e da grande ha iniziato a scagliarsi contro di noi». «La verità è che vivevamo nella paura», aggiunge Patrizia Chiavaroli, «quando aprivamo il laboratorio alle 4 del mattino lo trovavamo lì appostato sul balcone che ci guardava minaccioso. Mio figlio Alessio aveva il terrore di vederlo sbucare all'improvviso da qualche angolo. Io e Francesca quando chiudevamo la pasticceria la sera alle 8 dovevamo guardarci sempre intorno». La sofferenza è indicibile e non ci sono parole di perdono nei confronti di Grieco. «Ha tolto il padre ai miei figli», aggiunge la donna con tono perentorio, «adesso dovrà pagare. Non voglio credere che qualcuno possa pensare che sia davvero pazzo».
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