Rigopiano, già sepolti dalla neve alle sette di quel tragico giorno

17 Gennaio 2024

La foto che D’Angelo fece in tempo a scattare sette anni fa qualche ora prima dei 29 morti

PESCARA. «Un metro e mezzo di neve solo questa notte. Ora siamo arrivati quasi a tre metri». È il messaggio che Gabriele D’Angelo, il cameriere dell’hotel Rigopiano, scrive alla fidanzata Giuly Damiani alle 7.56 del 18 gennaio di sette anni fa. Senza sapere che dovevano ancora arrivare le scosse di terremoto (poco dopo le 10) con la scoperta, per Gabriele e gli altri dipendenti e ospiti della struttura, di essere prigionieri. Ostaggi di quella neve che aveva isolato l’hotel e murato la strada per tornare a casa e che quella mattina induce il cameriere di Penne, quattro anni di militare nell’Esercito e dieci da volontario nella Croce rossa, a contattare prima il Coc di Penne e poi, già alle 11.38, la Prefettura. In quattro minuti di telefonata Gabriele spiega per filo e per segno la situazione di terrore e supplica l’evacuazione dell’albergo: «Veniteci a liberare». Ma niente, con la beffa che quella telefonata verrà fatta anche sparire. L’epilogo arriva alle 16.49, quando piomba la valanga. Ventinove vittime e tra queste anche Gabriele, morto a 31 anni per asfissia e assideramento sotto la montagna di neve che lo sorprende davanti all’hotel, mentre sta aiutando i compagni a portare dentro i sacchi di pellet che di mano in mano si passano dal vano caldaia.
DOMANI LA COMMEMORAZIONE. È più o meno in quel punto che domani, dalle 15, si ritroveranno i familiari delle vittime, a scandire i nomi dei «29 angeli» a deporre 29 rose bianche, a far volare i palloncini e ad accendere le torce davanti al totem dell’hotel, dove è annunciata anche la presenza del sottosegretario Fausta Bergamotto. Un rituale che si ripete da sette anni ma che domani, per la prima volta, registrerà le prime defezioni. Troppo pesante, confida chi ha deciso di non esserci, la delusione della sentenza dello scorso 23 febbraio, 25 assolti su 30 indagati. Troppa rabbia, troppo dolore nella speranza di una giustizia che comunque tornerà a esprimersi il 9 febbraio, alla fine del processo d’Appello in corso in questi giorni. «Io ci sarò», dice Giuly che racconta di aver ripreso a fatica la sua vita tra le mani «solo da un annetto», anche se il bracciale con le iniziali di Gabriele non lo toglie mai: «Ce l’avevamo entrambi, ognuno con le iniziali dell’altro, ce li eravamo scambiati dopo il primo anno di fidanzamento, avvenuto nel 2012 all’hotel Rigopiano. Lui ce l’aveva addosso quando è morto, io lo porto ancora».
I MESSAGGI DI GABRIELE. È lucida Giuly, testimone indiretta del dramma vissuto dai 40 prigionieri dell’hotel (11 sono i sopravvissuti). «Ho abbracciato per l’ultima volta Gabriele la domenica prima, il 15 gennaio. Sarebbe dovuto tornare il 17, invece è rimasto». E proprio dal pomeriggio del 17 Gabriele inizia a mandare a Giuly le foto della situazione lassù a Rigopiano, in un crescendo di preoccupazione e angoscia. Racconta Giuly: «Dopo le foto che mi manda il 17 pomeriggio con Salzetta che cerca di pulire la strada con il bobcat, l’ho sentito la mattina del 18. Gabriele mi manda la foto della neve alta tre metri. Ma il tono cambia qualche ora più tardi, dopo le prime scosse di terremoto, quando mi dice che la situazione sta diventando ingestibile, “ci sono le crisi di panico, le persone chiedono di andarsene ed è sempre più difficile tranquillizzarle”. Mi racconta che c’è un muro di neve, che con il terremoto si sentono in trappola e già da lì», va avanti Giuly, «inizio a sentirlo agitato, cosa che non era da lui, sempre positivo e pronto a risolvere le cose. Intanto, i miei vengono a prendermi dal lavoro a Montesilvano, ci mettiamo una vita per tornare. E più ci avviciniamo a Farindola più la situazione è drammatica. Il livello della neve supera quello delle macchine. Alle 14,50 gli scrivo che sono arrivata. E Gabriele mi chiama. La voce è cambiata, mi spavento, mai sentito Gabriele in quel modo. “La situazione è insostenibile, stiamo aspettando che vengono a liberare la strada” e mi chiede di andare al Comune di Farindola a sollecitare le turbine. “Ce ne vogliamo andarei” mi ripete Gabriele con un tono impaurito, rassegnato, chenon è più lui». E Giuly va in Comune.
«STANNO AL CALDO». «Trovo la porta del Municipio semiaperta. Il Comune, sede del Coc, è deserto. Faccio tutti e 3 i piani e non trovo nessuno. Esco, vedo lo spazzaneve parcheggiato in piazza, quello del Comune. Ci sono i due addetti, gli dico la situazione, ma mi rispondono che lo spazzaneve ha lavorato per tutta la giornata lungo le strade del paese e si è rotta la coppa dell’olio. Intanto vedo arrivare il tecnico comunale Colangeli. Lui conosceva Gabriele e gli altri ragazzi che lavoravano a Rigopiano. Gli riferisco tutto, gli chiedo la turbina per i prigionieri dell’hotel e mi risponde “lo so qual è la situazione, ma è così ovunque. Digli che stessero al caldo, lassù hanno da mangiare, hanno tutto. Abbiamo richiesto un mezzo, ma non penso che riescono a salire oggi, se tutto va bene, domattina».
L’ULTIMO SALUTO. A quel punto Giuly chiama Gabriele, ma è un incubo. La linea cade di continuo. Lei fa in tempo a riferirgli quello che le hanno detto. Lui prova a richiamarla, ma niente. E lei gli scrive un messaggio «Quello che ti dovevo dire te l’ho detto, ci sentiamo più tardi». Gabriele risponde ok. È l’ultima comunicazione tra loro. Alle 16,49 arriva la valanga. Farindola è isolata, al buio, senza internet, senza televisione. Arriva la valanga ma Giuly non lo sa. Alle 11 di sera scrive a Gabriele per tranquillizzarlo ancora, per dargli la buonanotte. Nessuna risposta.
LA SPERANZA. «La mattina dopo sentiamo gli elicotteri», racconta Giuly. «Mia madre commenta che era successo sicuro qualcosa in montagna, se giravano già a quell’ora. Poi un vicino risalendo le scale dice a mia madre che una valanga aveva travolto l’hotel, “non ci sta più niente”».
Giuly schizza fuori di casa. Rigopiano è già nei Tg di mezza Italia con telecamere e giornalisti che fanno base proprio a Farindola. Ma lei ci spera ancora di rivedere Gabriele. «Il 20 gennaio ero in ospedale a Pescara con gli altri familiari, mi prendono in disparte due psicologhe. Almeno fatemelo rivedere, ho chiesto. E così l’ho rivisto per l’ultima volta. Era lui, sempre lui». Meno di un mese prima, a Natale, Gabriele le aveva dato l’anello di fidanzamento con la domanda: «Hai impegni per il 2018?».
L’ANELLO. «Quell’anello ce l’ho nel cassetto, ogni tanto lo metto», dice Giuly, pronta a ricominciare «con Gabriele sempre con me». E oggi c’è anche un nipotino, Elia Gabriele, il figlio di Francesco, gemello di Gabriele. «Lui resta mio cognato. Il legame è rimasto, anzi si è rafforzato, anche con i genitori siamo parte della stessa famiglia. È un altro dei regali di Gabriele».