Rigopiano, la difesa di Bianco: non sapevamo della turbina rotta

13 Gennaio 2024

Il capo di gabinetto della prefettura si proclama innocente: «Non avevo poteri di protezione civile» Colangeli, funzionario del Comune di Farindola: «Non potevo ordinare lo sgombero dell’hotel»

PESCARA. Tre le posizioni discusse ieri davanti ai giudici della Corte d’Appello dell’Aquila nel processo di secondo grado per la tragedia di Rigopiano che, il 18 gennaio del 2017, costò la vita a 29 persone travolte da una valanga. Sono intervenuti i difensori del prefettizio Leonardo Bianco, del tecnico Tino Chiappino e del funzionario del Comune di Farindola, Enrico Colangeli.
Quanto all’allora capo di gabinetto della Prefettura, Leonardo Bianco (assolto come gli altri due nel processo di primo grado davanti al gup Gianluca Sarandrea che ha giudicato tutti e 30 gli imputati con il rito abbreviato concludendo con 5 condanne e 25 assoluzioni), il suo legale, Arturo Messere, è stato subito polemico con la pubblica accusa: «La procura di Pescara ha fatto la pesca a strascico in questa vicenda di Rigopiano». Il difensore, nel ribadire la totale estraneità ai fatti del suo assistito, ha evidenziato alla Corte che «Bianco non aveva poteri di protezione civile e quindi non spettava neppure a lui ordinare l’apertura del Centro coordinamento soccorsi (quel tavolo tecnico ritenuto fondamentale secondo l’accusa, tavolo che avrebbe anche potuto evitare la tragedia, ndr). Solamente il 18 gennaio», ha aggiunto il difensore Messere, «la Prefettura è stata informata che la Provincia non disponeva di una turbina e che il mezzo sostitutivo doveva arrivare da lontano». La difesa di Bianco ha anche sollevato una obiezione formale: non si può esercitare, ha detto Messere, per due volte un’azione penale come ha fatto la Procura di Pescara che su questa tragedia ha coinvolto tutti e senza distinzione e per questo motivo ho chiesto alla Corte il rigetto del ricorso di appello della procura. In secondo luogo», ha concluso il legale, «Bianco era un semplice capo di gabinetto e non il Prefetto vicario, come è stato insinuato dalla pubblica accusa e non aveva alcuna competenza in ambito di Protezione civile. Quanto alle missive inviate al ministero dalla Prefettura, non è stato lui ad inviarle».
Completa estraneità alle accuse è stato anche il tema centrale della difesa del funzionario del Comune di Farindola, Enrico Colangeli (anche lui assolto in primo grado), assistito dagli avvocati Cristiana Valentini e Massimo Manieri. Quest’ultimo, nel ribadire, dati alla mano, che né Colangeli né il sindaco Ilario Lacchetta avevano strumenti per ordinare lo sgombero dell’hotel travolto dalla valanga (che è poi la motivazione che ha portato alla condanna di Lacchetta a 2 anni e 8 mesi), ha concluso il suo intervento depositando alla Corte nuova documentazione a sostegno della tesi difensiva. «Abbiamo prodotto», ha spiegato Manieri, «la Carta di localizzazione dei pericoli da valanga appena realizzata dal Comune dell’Aquila e al vaglio del Coreneva, il comitato tecnico regionale per lo studio della neve e delle valanghe. Questo documento è in grado di fornire», ha proseguito il legale, «una situazione estremamente efficace per quel che riguarda i movimenti valanghivi sul territorio ed anche fornire elementi di carattere preventivo. Se il sindaco di Farindola Lacchetta e il suo funzionario Colangeli, avessero avuto questo strumento prodotto dalla Regione, ma mai realmente adottato, avrebbero avuto la possibilità di sgomberare l’hotel. Questo a dimostrazione del fatto, come abbiamo sempre sostenuto, che le responsabilità per quella immane tragedia vanno individuate altrove». Le udienze riprenderanno il 17 gennaio prossimo.