Rigopiano, è il giorno di Provolo La Procura chiede la condanna

Oltre alla gestione dell’emergenza, l’accusa contesta all’ex prefetto di Pescara anche il depistaggio E in merito alla telefonata del cameriere D’Angelo, poi fatta sparire, c’è anche il ricorso del Ministero
È il giorno dell'ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo, nel processo in corso davanti alla Corte d'Appello dell'Aquila (giunto alla settima udienza) per il disastro di Rigopiano dove, il 18 gennaio del 2017, 29 persone rimasero sotto le macerie dell'hotel distrutto da una valanga. Gli avvocati, Giandomenico Caiazza e Sergio Della Rocca, avranno oggi il compito di illustrare alla Corte il perché debba essere confermata la sentenza di primo grado che ha assolto da tutte le pesanti accuse l'allora rappresentante del Governo sul territorio pescarese: un'assoluzione, la sua, molto contestata dai familiari delle vittime nel corso della movimentata lettura del dispositivo da parte del gup pescarese Gianluca Sarandrea, che giudicò tutti e 30 gli imputati con il rito abbreviato, 25 dei quali vennero assolti.
Per la Procura, che con il suo ricorso ha chiesto di nuovo la condanna di Provolo sia per il disastro dell'hotel (e quindi per le morti di ospiti e dipendenti, ma anche per le lesioni patite dai sopravvissuti), sia per il depistaggio, le sue responsabilità sarebbero chiare, soprattutto in relazione alla gestione dell'emergenza. «È pertanto evidente», scrivono il procuratore Giuseppe Bellelli e i sostituti Anna Benigni e Andrea Papalia nel ricorso alla Corte, «che la diligente e corretta esecuzione dei compiti di protezione civile della Prefettura, tramite la tempestiva attivazione del Ccs (Centro coordinamento soccorsi) e della Sala operativa provinciale avrebbe garantito il necessario raccordo con gli enti di protezione civile preposti alla cura della viabilità e conseguentemente l'assunzione di determinazioni decisive in sede di Ccs relative al tipo e numero di mezzi da reperire per far fronte alle deficienze operative o relative al divieto di percorrenza di quella strada provinciale con conseguente divieto di accesso all'hotel ed evacuazione delle persone ivi eventualmente ancora presenti. Tali determinazioni sarebbero state certamente rese concretamente operative, tempestivamente attuate ed eseguite da una sala operativa anch'essa già perfettamente attiva e funzionante».
Il ministero della Giustizia ha invece presentato appello contro l'assoluzione dei prefettizi, ma soltanto per il depistaggio, puntando il dito, fra le altre cose, sulla "nascosta" telefonata di aiuto del cameriere dell'hotel Gabriele D'Angelo, poi deceduto nella tragedia, pervenuta in Prefettura prima che la valanga si abbattesse sulla struttura.
«La telefonata proveniente dall'hotel Rigopiano», si legge nell'atto di appello del Ministero, «da parte di una persona poi deceduta poche ore dopo la valanga, è un fatto troppo scomodo perché possa trapelare».
E su quell'appunto scomparso e mai riferito dai prefettizi alla squadra mobile che indagava dopo il disastro, si incentra l'attenzione del Ministero. «È certo che un appunto con la telefonata di D'Angelo esisteva, per pacifica ammissione di tutte le persone sentite. Poiché l'appunto non è stato reperito in Prefettura dagli investigatori, si desume che è stato soppresso dolosamente, non essendo ipotizzabile che fu smarrito o gettato via perché considerato irrilevante. Il tentativo di taluni imputati di sviare le indagini dichiarando che, in quel caos generale, gli "appunti volanti" delle chiamate ricevute venivano cestinati, è totalmente incredibile».
E anche per questo il Ministero chiede alla Corte una provvisionale di 100 mila euro da parte dei sette prefettizi accusati di depistaggio. E, sempre nell'udienza di oggi, è previsto l'intervento dell'avvocato Daniele Ripamonti che assiste la dirigente della Prefettura, Ida De Cesaris, e quello dell'avvocato Augusto La Morgia che difende il dirigente regionale Enrico Primavera: tutti assolti in primo grado.
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