«Sapevo tagliare la carne e mi salvai dalla fucilazione»

28 Gennaio 2015

La Giornata della memoria: Renato Diodati, 96 anni racconta l’inferno nei campi di concentramento nazisti

PESCARA. Ci sono storie che vanno raccontate. E non una sola volta, ma ancora e ancora. E' quello che fa da tanti anni Renato Diodati, sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, uomo mai domato dalla vita. Oggi, all'età di 96 anni, quel “viaggio all'inferno e ritorno” è ancora vivido nella sua mente. Il suo racconto è pacato, i suoi modi sono eleganti.

Le scarpe dei bimbi. Ma le parole escono dalla sua bocca e cadono come massi su chi le ascolta. La deportazione dalla Grecia in Polonia. La prima sosta di qualche tempo nel campo di concentramento di Auschwitz, «dove i tedeschi dicevano di disinfettare i bambini e invece un giorno, proprio in una camerata di piccolini, vidi solo le loro scarpe». E poi il trasferimento nei campi di lavoro. La fame, la morte. La disperazione che lo ha tenuto in vita, insieme al pensiero della fidanzata che lo aspettava a casa, e che un giorno gli avrebbe dato due figli. E infine, quella mattina in cui si svegliò nel lager avvolto dal silenzio. I tedeschi erano scappati. Ecco il suo racconto.

La frittura di pesce. «Era il 1940 quando mi arruolai da aviatore a Bologna, avevo solo 21 anni e una testa piena di folti capelli scuri. Feci il viaggio con Cianci che era un pescatore e si era portato dietro una bella frittura di pesce. Arrivati a Bologna, l'avevamo finita».

E' uno degli ultimi ricordi felici, prima di iniziare una lunga parentesi di vita. Dopo due anni, infatti, il servizio civile a Bologna terminò, e Diodati insieme ad altri italiani fu inviato a combattere la Campagna di Grecia. «Viaggiavamo in treno verso Atene quando, nei pressi delle Termopili, un attentato dei partigiani greci spezzò con un’esplosione il convoglio. Per fortuna, io ero sull’ultimo vagone e mi salvai. Fu solo uno di quattro attacchi. I morti furono decine e decine».

Il carro bestiame. Diodati si salvò, ma il treno della sua giovane vita stava per prendere una direzione ancora peggiore. Era il '43, subito dopo l'armistizio. Le truppe italiane erano state disarmate. «Un giorno, i tedeschi vennero da noi e ci chiesero se eravamo pronti per tornare in patria. Rispondemmo di sì. Ma era un inganno. Ci caricarono su un carro bestiame e dopo infiniti giorni di viaggio, senza cibo e senza acqua, con un buco fatto sul pavimento del vagone per i nostri bisogni fisiologici, arrivati a Budapest il convoglio non virò verso l’Italia. Prese una direzione diversa, e in quel momento per noi ignota. Ci stavano portando in Polonia».

Destinazione Auschwitz. Diodati era diventato un “Internato militare italiano”. Un prigioniero di guerra in mano ai tedeschi di Adolf Hitler. «Quel treno continuava la sua corsa, eravamo stremati. Di lì a poco saremmo arrivati a destinazione. Ci fecero scendere ad Auschwitz».

Sono quei bambini rinchiusi nel lager degli orrori a non aver mai abbandonato la mente di quest'uomo. «Dicevano che li portavano a disinfettarsi. Poi un giorno entrai in una camerata e non c'erano più. Vidi solo le scarpe che quei piccoli si erano tolti. Solo le scarpe».

E' un ragazzo catapultato all'inferno, Diodati. Un ragazzo però nel pieno delle forze, abile al lavoro, e soprattutto non ebreo. E' per questo che dopo poco viene fatto risalire su un treno. La destinazione è un altro campo di concentramento, quello di Magdeburgo, in Sassonia. E' lì che viene internato e rimane fino alla metà del 1945. «Ci portavano a lavorare in un'acciaieria, era la fabbrica dei Krupp e produceva munizioni e armi».

L’autobotte Italia. La fatica si mischiava alla fame. Chi non ce la faceva, moriva. «Un giorno, vidi arrivare un’autobotte con il marchio “Italia”. Trasportava barbabietole. Venne assalita nella speranza di poter leccare i tuberi». La voce si spezza al ricordo di chi cadeva sotto i proiettili. Punito perché aveva chiesto cibo. «Io stesso venni colpito da una scheggia di proiettile, mi si conficcò nella gamba sinistra. Vedevo i miei compagni morire di fame e di stenti e venire immediatamente rimpiazzati. Eravamo spremuti fino alla morte». Ma Diodati, nonostante la giovane età, ha una grande esperienza. Era già stato vigile del fuoco, falegname, macellaio. Proprio quest'ultima attività lo aiutò a sopravvivere.

La carne. «Quando venivamo portati dal campo di prigionia al lavoro, passavamo davanti a un capannone dove preparavano la carne per gli ufficiali tedeschi. Ogni volta, con il mio tedesco rabberciato, dicevo al soldato che chi tagliava la carne non era capace, ne sprecava troppa. Un giorno, il soldato prima mi colpì al ginocchio e poi mi chiese di andare a tagliare la carne: se non fossi stato in grado, mi avrebbe sparato alla testa. Ma sapevo farlo, e da allora, una volta a settimana lavorai lì. A fine giornata mi nascondevo un pezzo di carne addosso e la notte lo mangiavo nella baracca, attento a non farmi scoprire. Mi avrebbero ucciso». Fino a quella mattina in cui il giovane abruzzese si svegliò nel più totale silenzio. I nazisti non c'erano più.

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