Schianto mortale a Spoltore, rimpatriata in Kossovo la salma del giovane pugile

12 Giugno 2014

L’ultimo viaggio di Leon, il pugile morto in un incidente stradale. L’allenatore Di Giacomo: per me era come un figlio

PESCARA. Inizierà questa mattina alle nove il lungo viaggio che riporterà nella sua terra d'origine, il Kosovo, Leon Hamza, il giovane pugile di soli diciotto anni, morto nella notte tra lunedì e martedì a causa di un incidente stradale a Villa Raspa di Spoltore. Leon aveva lasciato, da piccolo, il Kosovo insieme alla famiglia e ai suoi tre fratelli per trasferirsi a Pescara. Qui era cresciuto e aveva conosciuto e coltivato la passione per la boxe, forgiata anno per anno da Luciano Di Giacomo, titolare dell'omonima palestra a Montesilvano e del team di pugilato. Ma il destino di Leon si è interrotto a bordo di un'automobile, la Clio sulla quale viaggiava con altri quattro amici, che è andata a schiantarsi contro il muro di cinta di un'abitazione privata.

Ieri all'obitorio dell'ospedale di Pescara è stato un lungo via-vai di parenti e amici, primi su tutti i suoi compagni della palestra Di Giacomo che hanno passato molte ore lì per rendere omaggio al compagno scomparso. La famiglia ha ricoperto solo con un velo il corpo del ragazzo e chiuso la bara per evitare che venisse toccato, come vuole la tradizione islamica, la fede religiosa della famiglia di Leon Hamza. Anche il rito funebre sarà eseguito in Kosovo seguendo i precetti islamici. «Leon veniva in palestra da noi da quando aveva sei, sette anni», ricorda Lorenzo Di Giacomo, pugile, figlio di Luciano. «Era davvero un bravissimo ragazzo e andava bene nella sua carriera da pugile. Ieri mattina (l'altro ieri mattina per chi legge, ndr) alle otto stavo in palestra ad aspettarlo per iniziare l'allenamento, stavamo preparando i campionati italiani che si svolgeranno a luglio. Non avrei mai immaginato che potesse essere lui quando mi hanno avvisato dell'incidente. Mi dispiace moltissimo, di lui voglio ricordare il fatto che andava sempre con il sorriso sulle labbra, anche nei momenti nei quali magari era più rabbuiato». Di Giacomo racconta anche il dolore di suo padre per la prematura scomparsa di un ragazzo che lui aveva cresciuto come fosse un altro suo figlio: «Mio padre l'ha presa nel modo peggiore, per lui è stata molto dura. Per mio padre Leon era come un figlio, l'aveva visto crescere e al contempo l'aveva cresciuto a livello sportivo. Noi facciamo quello che possiamo e cerchiamo sempre, come fatto con Leon e i suoi fratelli, di prendere sotto le nostre ali i ragazzi che hanno problemi di tipo sociale. Leon non navigava di certo nell'oro e noi abbiamo sempre cercato di aiutarlo». Sostegno che non manca nemmeno ora, tanto che i ragazzi della palestra Di Giacomo, che da poco si è trasferita dal Centro Trisi in via Vestina 774 (ieri è stata aperta solo per consentire, a chi lo volesse, di piangere la morte del compagno), avevano pensato di aiutare la famiglia di Leon con una colletta, salvo poi fermarsi quando il padre ha detto che non ci sarebbe stato bisogno.«Domattina (oggi per chi legge, ndr)», conclude Di Giacomo, «torneremo alle nove in obitorio per salutarlo con uno striscione preparato da tutti i ragazzi e più in là faremo sicuramente qualcosa, insieme ai fratelli, in onore del suo nome».

Ma Leon era amato anche al di fuori della palestra Di Giacomo: «Era un ragazzo molto educato, tranquillo e rispettoso e mai spavaldo», sottolinea Simone Di Marco dell'omonimo Boxing Team, «che si era fatto voler bene nel mondo del pugilato. Era una di quelle figure che colloca al giusto posto il nostro sport. Mi auguro che la federazione organizzi un appuntamento che lo ricordi e che questa tragedia sia da monito per tutti i giovani affinché ragionino sui pericoli».

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