Strada Mare-monti: dopo 14 anni arriva l’assoluzione per tutti

7 Giugno 2022

Penne, chiuso con la formula “il fatto non sussiste” il caso giudiziario avviato nel 2008 dal pm Varone Il senatore D’Alfonso, già assolto con Carlo Toto dalla Corte d’appello: «Ricomposizione della verità» 

PENNE . A distanza di 14 anni dai fatti che fecero scattare l’inchiesta, con arresti e sequestri di milioni di euro in capo ad alcuni degli indagati prima, e imputati poi, si chiude con un’assoluzione piena, con la formula «perché il fatto non sussiste», l’ormai storico processo sulla così detta mare-monti: sulla realizzazione della strada 81 di collegamento dell’entroterra vestino con la costa.
Il collegio presieduto da Rosanna Villani (a latere i giudici Sarandrea e Valente) ieri ha scritto la parola fine su una vicenda che prese le mosse nel 2008 (fu il pm Gennaro Varone ad aprire e condurre l'inchiesta) con quei lavori che iniziarono e vennero poi bloccati 4 mesi dopo per la ritenuta invasione dell’area protetta della riserva naturale del lago di Penne. Va detto che l’inchiesta nacque sulle dichiarazioni di un teste chiave, il geometra Giuseppe Cantagallo, che nessun giudice ha mai potuto ascoltare nel corso degli anni, perché si è sempre sottratto a ogni invito, anche per motivi di salute: un processo dal quale venne fuori anche un altro a carico dello stesso Cantagallo e non solo, per un ricatto che il geometra fece a uno degli imputati eccellenti, l’attuale senatore Luciano D'Alfonso che all’epoca era presidente della Provincia di Pescara: «Se vuoi che non vada a testimoniare, mi devi dare 130mila euro», così scrisse nella mail che D'Alfonso inserì nella denuncia.
E va detto anche che ormai sotto processo non era rimasta alcuna persona fisica in quanto quei reati, che riguardavano presunti fatti di corruzione, turbativa d’asta e truffa, svanirono nel tempo per la prescrizione. Sotto processo, dunque, fino alla sentenza di ieri, erano rimaste solo due società, e quindi persone giuridiche, di proprietà del gruppo Toto e di Carlo Strassil, professionista e principale imputato che venne anche arrestato a suo tempo: reati contestati alle società e per questo non soggetti a prescrizione. E va anche sottolineato, che Carlo Toto e Luciano D'Alfonso, prescritti come tutti gli altri imputati, decisero di rinunciare a questo “beneficio” e andarono davanti alla Corte d’Appello dell’Aquila che sentenziò per entrambi la piena assoluzione.
I giudici aquilani scrissero di D'Alfonso (all’epoca difeso dall’avvocato Giuliano Milia) che «i documenti valorizzati dall’accusa sono privi di significato indiziante e anche temporalmente incompatibili con i fatti contestati», e per quanto riguarda Toto (assistito dall’avvocato Augusto La Morgia) che «risulta documentalmente la sua estraneità agli addebiti in quanto lo stesso, nell’anno 2000, nel quale è indetta ed eseguita la gara di appalto nella quale si architetta tutta l’azione criminosa, non rivestiva cariche societarie».
«Sono contento», afferma il senatore D’Alfonso, «della ricomposizione della verità dei fatti. 14 anni fa ci furono urla di gioia di una giustizia sbagliata perché costruita sulla spregiudicatezza della iper rubricazione a tutti i costi giuspenalistica. Una giustizia che ha prodotto grossi danni: la strada nuova non c’è, le risorse stabilite hanno perso il 35 per cento di capacità realizzativa e una intera generazione ha dovuto privarsi di una necessaria razionalizzazione viaria. Per finire un pezzo di classe dirigente politica ed istituzionale e una realtà economica di primo piano nazionale hanno dovuto patire per 10 anni i lividi di una demolizione di immagine che si poteva evitare».