Un pescarese a Sanremo È alla guida del Casinò

17 Febbraio 2016

Domenico Frattarola è figlio di un sarto partito per la Liguria da Farindola È a capo dei 55 controllori della struttura. «Qui si ricordano le giocate di Pilota»

PESCARA. Suo padre Decio, di Farindola, emigrò a Sanremo nel 1949. Faceva il sarto. E come sarto nel 1961 entrò a lavorare al celebre casinò di Sanremo dove confezionava le divise del personale, fino a diventare anche lui cameriere di sala. Oggi il figlio Domenico Frattarola, che di anni ne ha 63 anni, di quel Casinò, il più antico d’Italia, è il direttore.

«Da quattro anni», racconta entusiasta al telefono commentando la visita recente del gruppo folcloristico la “Tribù Farindola”, a Sanremo in occasione del festival. «Mi ha fatto un piacere enorme, e mi sono commosso nel sentire che due dei più anziani del gruppo conoscevano papà, partito da Farindola nel 1949».

Una storia come quella di tanti giovani dell’area vestina che, come racconta lo stesso Frattarola, nel Dopoguerra partirono con destinazione Sanremo per andare a coltivare i fiori. «Poi, molti dei loro figli preferirono altre attività e questo spiega perché al Casinò ci sia una vera e propria colonia di abruzzesi» spiega Frattarola. Un’origine di cui il direttore del prestigioso Casinò inaugurato nel lontano 1905, va fiero: «È la mia terra, io sono nato a Pescara, in una casa in via Salaria, perché mia madre, Anna Liberatore, originaria di Spoltore, viveva a Pescara quando papà, già emigrato in Liguria, le chiese di sposarlo. Io nacqui l’anno dopo, ma mamma tornò nella sua Pescara a partorire ed è qui che sono rimaste le mie radici, dove torno ogni volta che posso, visto che ho ancora zii e cugini. Perchè a Sanremo si vive bene, sono radicato qui ormai, ma la nostalgia e l’amore per la mia terra non svaniscono mai».

Eppure nella sua carriera all’interno del casinò, iniziata nel 1981 quando ci lavorava ancora il papà Decio, di abruzzesi ne ha incontrati diversi Frattarola, a cominciare da Gino Pilota il noto imprenditore pescarese oggi scomparso che all’inizio degli anni Novanta sbancò il casinò di cui era abituale frequentatore, vincendo un miliardo e 600 milioni di lire. Salvo poi perdere, pochi giorni dopo, 6 miliardi, cifra per la quale ottenne dallo stesso casinò una linea di credito mai concessa prima. «Giocava cifre enormi, giocava forte», ricorda Frattarola, «di quella cifra non ha più restituito niente, ma è un rischio che il Casinò sa di correre, il giocatore se li rigioca ai tavoli». Ma di abruzzesi “clienti” come fu Pilota oggi, a sentire Frattarola, non se ne vedono più, «come pure i napoletani che venivano durante i giorni del Festival al seguito di Mario Merola o Nino D’Angelo. I napoletai sì che erano giocatori assidui». Resta però sempre il giro dei grossi imprenditori: «Si giocano anche 50 milioni a sera, ma ci sono anche persone che perdono tutto e ci chiedono i soldi per il biglietto del treno, che noi rimborsiamo anche fino a Messina. Al Casinò se ne vedono di tutti i colori, anche per le superstizioni: c’è il giocatore che si tappa le orecchie, quello che si nasconde dietro il pilastro, di tutto».

Un mondo che da 34 anni Frattarola “frequenta” con incarichi sempre più prestigiosi. Oggi coordina 55 persone, come responsabile dei controllori comunali del casinò che hanno il compito di verificare la regolarità del gioco, le operazioni e le contestazioni relative al denaro. E con tanti dipendenti del casinò, tra croupier e camerieri, condivide le origini abruzzesi.

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