Valentinetti: adesso i politici pensino al bene comune, basta con le logiche di partito

19 Dicembre 2023

Monito dell’arcivescovo: non ci si improvvisa amministratori, serve competenza Il messaggio ai pescaresi: guerre e femminicidi, troppi orrori ci scorrono addosso

PESCARA. Ai pescaresi chiede di riscoprire l’importanza della famiglia – «Vivete il Natale intensamente» – e di non chiudere gli occhi di fronte al dolore che attanaglia il mondo – «Sembra quasi che tutto ci scorra addosso». Ai politici chiede di «non pensare al proprio tornaconto personale e alle logiche di partito ma al bene comune». Domenica scorsa, monsignor Tommaso Valentinetti ha festeggiato 18 anni alla guida della diocesi di Pescara-Penne: «Sembra ieri», dice Valentinetti che passerà la Vigilia di Natale prima nel carcere di San Donato e poi con i poveri; così sarà anche nel giorno di Natale. Il capo della diocesi insieme agli ultimi. «Un regalo di Natale che vorrei? Una tregua tra israeliani e palestinesi sarebbe un bel regalo», commenta l’arcivescovo, «non soltanto per me ma per tutti gli uomini di buona volontà».
Anni di pandemia, poi anni di crisi economica e, infine, anni di guerra: monsignor Valentinetti, lo sente anche stavolta lo spirito natalizio?
«Lo sento più che mai: noi dobbiamo essere portatori di fede e speranza. Non tanto mettendo in evidenza una certa paccottiglia natalizia, che come al solito ci invade, né tantomeno come devozione al presepe o all’albero di Natale, ma con la ricerca di una fede sincera, forte e capace di attraversare i momenti di difficoltà. E se questo è un momento difficile, allora, abbiamo veramente bisogno di una fede forte». Davanti al presepe, con Gesù bambino che già spunta nella culla, Valentinetti parla di questi giorni.
Ma come si fa a trovare speranza quando la speranza non si vede?
«È questione di spazi: noi abbiamo uno spazio esteriore a cui, purtroppo, stiamo dando sempre più importanza e uno spazio interiore a cui stiamo dando sempre meno rilevanza. Noi, come Chiesa, dobbiamo ridare a tutti la possibilità di avere uno spazio della vita interiore: solo con la vita interiore si riescono ad affrontare le difficoltà, le pene più difficili e le situazioni più complesse».
È la differenza tra essere apparire?
«Sicuramente sì, sento che molte persone hanno il desiderio di una ricerca di interiorità, di Dio e del soprannaturale. Magari, lo cercano male però lo cercano e, quindi, sta a noi essere capaci di trasmettere una testimonianza di vita interiore».
In questi mesi, in tv e sui giornali, si vedono immagini brutte: c’è un’immagine che l’ha colpita più di tutte?
«Purtroppo, essendo stato per otto anni presidente di Pax Christi, le immagini della guerra mi sono passate di fronte agli occhi tantissime volte e soprattutto immagini di bambini sofferenti, di bambini morti e di distruzioni immani. Non c’è un’immagine che mi ha colpito più di altre: la morte è la morte e la guerra è la guerra; i bambini russi sono uguali ai bambini ucraini e i bambini palestinesi sono uguali ai bambini ebrei; se non riconosciamo questa uguaglianza di umanità, se non riconosciamo questa verità profonda della realtà umana, continueremo a farci la guerra e le immagini brutte continueranno a bucare televisioni, giornali e social».
È spaventato dal rischio di un’assuefazione al dolore?
«Questo no perché quando il dolore ci colpisce personalmente nessuno ne è assuefatto. Quello che mi preoccupa è la superficialità con cui queste notizie vengono accolte: una guerra va e una guerra viene, un femminicidio va e un femminicidio viene mentre sono più di cento le donne uccise quest’anno, e potrei continuare con tante altre situazioni difficili. Sembra quasi che tutto ci scorra sulle spalle e che niente più ci sconvolga al di là di bei sussulti di orgoglio che suscitano un risentimento, a volte però troppo momentaneo».
Il 2024 sarà l’anno delle elezioni regionali e anche comunali a Pescara: cosa si aspetta un uomo di Chiesa dalla politica?
«Mi aspetto che abbiano a cuore una grande verità: il bene comune. Si fa politica non per la propria parte, ma per il bene comune mentre adesso si fa politica sempre più uno contro l’altro. Invece, si deve fare politica per il bene comune dove la maggioranza propone, la minoranza può contestare ma può anche aiutare. La gente si aspetta il bene comune, si aspetta scelte che non corrispondono a logiche di potere, di partito o di raggruppamento; la gente si aspetta che ci siano persone oneste che non pensano al proprio tornaconto personale ma che siano realmente al servizio».
E secondo lei, finora, la classe politica si è dimostrata all’altezza delle emergenze in corso?
«Hanno fatto del loro meglio ma, forse, bisognerebbe fare meglio e di più. Bisognerebbe riscoprire quella sana riflessione che fa della politica la realtà del servizio alla polis. Ma soprattutto serve maggiore competenza: non ci si improvvisa amministratori, parlamentari o ministri senza adeguate competenze. Le competenze, una volta, le assicuravano le scuole di partito come accadeva con la Democrazia cristiana e il Partito comunista: adesso le scuole di partito non ci sono più. E anche le nostre scuole di formazione politica, da un punto di vista ecclesiale, non vengono sempre frequentate e, se vengono frequentate, magari qualche volta accade più per mettersi in mostra che non per imparare come servire la comunità».
Nelle ultime settimane, tanti incidenti sul lavoro e tante tragedie della strada: qual è il suo messaggio alle famiglie con la vita stravolta?
«Per le morti sul lavoro esorto chi deve vigilare a farlo sempre di più affinché si rispettino tutte le norme sulla sicurezza; per gli incidenti stradali, molte volte è il mistero della morte che afferra e questo può accadere all’improvviso ma la prudenza è il modo migliore per evitare incidenti».
Al di là delle cose brutte, ce l’ha un ricordo bello del Natale?
«Natale è sempre stato un momento di gioia. Ricordo da bambino quando vivevo questa magia in due momenti particolari: il mio papà, quando iniziavamo il cenone della vigilia di Natale, prendeva sempre un boccone di tutte le pietanze e lo metteva nel fuoco del caminetto o della stufa perché bisognava dare da mangiare al Bambinello, un segno di carità profondo; e poi, quando ho cominciato il mio servizio in parrocchia, c’era il parroco che si preoccupava di farci dei regali perché era bello condividere un regalo che veniva da Gesù bambino».
Come passerà questo Natale?
«Alle 16.30 della vigilia sarò in carcere con i collaboratori di giustizia, alle 18.30 alla Cittadella dell’accoglienza con i poveri. La mattina successiva, a Natale, ancora in carcere con i detenuti, poi la messa in cattedrale e il pranzo di Natale ancora alla Cittadella con i poveri, sia quelli della mensa, sia quelli di Sant’Egidio che quest’anno si uniranno tutti insieme per festeggiare e io sarò con loro. La sera sarò a Penne».
C’è un regalo che vorrebbe ricevere per Natale?
«Non è un regalo personale: se fosse possibile, una tregua tra israeliani e palestinesi. Sarebbe un grande regalo non soltanto per me ma per tanti uomini di buona volontà».
Qual è il suo augurio a pescaresi?
«Che possono vivere questo Natale intensamente, che lo vivano nell’intimità della famiglia non tanto per consumare un cenone o un pranzo che si potrebbe fare anche in altri giorni dell’anno ma per ricementare i rapporti familiari, l’affetto, la stima e la cura all’interno della famiglia che credo sia la cosa più importante di cui abbiamo bisogno in questo tempo».
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