Yelfry inizia a sentire le gambe: la mia vita cambiata per sempre

Dopo 50 giorni, primi segnali positivi per Il cuoco di 23 anni ferito da un cliente con 5 colpi di pistola «Sono un miracolato, rivedo continuamente l’immagine di quell’uomo che mi spara: il mio incubo»
PESCARA. «Quando chiudo gli occhi o sono solo, ripenso a quello che mi è successo e rivedo quell’uomo che mi punta contro una pistola e mi spara. Rivivo quella scena continuamente e sono ancora terrorizzato. Mi chiedo: perché proprio a me? Più passa il tempo, peggio è. Non riesco ancora a camminare, ma comincio a sentire le gambe grazie agli esercizi di riabilitazione che sto facendo da un mese. Prego Dio di farmi stare bene perché voglio tornare a casa, al più presto. Mi manca mio figlio e la mia famiglia». È lo sfogo di Yelfry Rosado Guzman, il cuoco 23enne, residente a Chieti e di origine dominicana, a distanza da un mese e mezzo da quei 5 colpi di pistola che un cliente gli ha scaricato addosso mentre il ragazzo preparava gli arrosticini nel locale di piazza Salotto dove lavorava. Quel giorno, il 10 aprile, domenica delle Palme, è impresso nella sua memoria. Dal letto della clinica di Sulmona, dove si trova ricoverato dal 2 maggio per le terapie riabilitative, il giovane ripercorre i fatti che, dice, «mi hanno cambiato la vita per sempre».
«Rivedo continuamente l’immagine di quell’uomo che mi spara, ora ho paura anche di un rumore qualsiasi. Mi spavento più di prima. Mi sono affidato a uno psicologo per cercare di capire cosa mi sta succedendo. Sto bene solo quando non sono solo, quando intorno a me c’è la mia meravigliosa famiglia, mamma, la mia fidanzata o mio figlio di tre anni che si intristisce quando mi vede sulla carrozzina. Per tranquillizzarlo gli dico: non ti preoccupare, papi si è fatto la bua ma presto starà meglio».
Federico Pecorale, 29 anni, l'uomo che gli ha sparato per gli arrosticini che il ragazzo gli stava preparando, è in carcere al San Donato. «E lì deve stare, è la sua punizione. Anche lui deve guarire, altrimenti potrebbe fare del male agli altri. Non ha mai avuto parole di pentimento, ma a che servirebbero ora? Il danno è fatto» commenta Yelfry , «lo dico senza cattiveria, a lui penserà la giustizia oppure Dio in cui credo molto, questa vicenda ha rafforzato la mia fede». Anche se ogni tanto, durante i momenti bui, la fede si incrina: «Sì, provo rabbia certe volte, mi chiedo perché è successo a me. Io ero un ragazzo con tanta voglia di vivere, allegro, felice di ciò che avevo, lavoravo, facevo pugilato, amavo. Ora non sento più la metà del mio corpo, devo stare in ospedale per chissà quanti mesi ancora e devo trovare la forza e il coraggio di andare avanti».
Col telefono si mantiene in contatto con Martina Tamalio, la collega di lavoro che era con lui quando Pecorale ha sparato: «Anche lei non riesce a dimenticare, ha paura persino di uscire di casa». La madre di Yelfry, Melani Guzman, macina chilometri ogni giorno, da Pescara a Sulmona, per stare col figlio: «Deve mantenere in esercizio tutto il corpo, i medici dicono che il processo è lungo. Chissà quando potrà tornare a camminare il mio Yelfry, per lui il tempo si è fermato a quel giorno. Soffre, sorride, si dispera, vuole tornare a casa, ma io gli dico che non può perché deve guarire», rivela la donna col groppo alla gola. «Quell'uomo», prosegue, «non ha mai mostrato pentimento in questo mese e mezzo, non ha mai chiesto scusa o perdono attraverso la famiglia o l’avvocato, non si rende neppure conto che ha distrutto la nostra famiglia. Pensavo che, malgrado tutto, avesse un cuore. Invece sta mostrando la stessa freddezza di quando ha sparato» afferma.
Intanto, le giornate di Yelfry sono scandite da sei ore di esercizi motori, letture di libri attraverso i quali si documenta sulle terapie da eseguire, telefonate con gli amici. «Mi manca camminare, andare al mare, lavorare, stare con le persone che amo. Devo resistere, ma non dimentico mai di essere un miracolato. Sono vivo. E Dio mi sta offrendo una seconda opportunità. Quando uscirò, ricomincerò un'altra vita».
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