Aquilanti “Il Patriota”: il sogno? In A con la Virtus

Lancianese doc il difensore vuole la promozione: «Ma prima pensiamo a salvarci, la B è strana...»
LANCIANO. Giocare nello stadio in cui andava da bambino a guardare la squadra del cuore non ha davvero prezzo. Correre, crossare, tirare e, per lui, anche difendere la palla dalle grinfie dell’avversario, nello stadio della propria città, qualche chilometro più in là del campetto di Santa Rita dove giocava con gli amici, è qualcosa di magico.
E vive un sogno Antonio Aquilanti, 29 anni, chiamato “il patriota” non a caso dai tifosi rossoneri. Lui è lancianese doc, nella sua città è tornato a vivere da quando nel 2010 è alla Virtus. Finora 19 presenze su 21, 116 in totale e un contratto da poco prolungato fino al 2017.
Partiamo dalla fine Aquilanti, ovvero dal bilancio del girone di andata della serie B.
«È un bilancio senza dubbio positivo, 30 punti sono più della metà di quelli necessari per raggiungere la salvezza, che è il nostro primo obiettivo. Ora inizierà un altro campionato, ancora più duro».
Quindi l’obiettivo resta la salvezza? E i play off?
«Il nostro primo obiettivo è mantenere la categoria e di farlo il più a lungo possibile. Poi raggiunti i 50 punti alzeremo il tiro. Ma il campionato di B è strano, riserva sorprese. L’Ascoli due anni fa lottava per i play off a poche giornate dalla fine ed è retrocesso…».
A essere pignoli, se volessimo trovare dei difetti alla squadra, potremmo trovarli nella difesa, che ha subìto diversi gol su palla inattiva...
«Ultimamente la palla inattiva da punto di forza è diventata di debolezza. Ma credo sia una questione di attenzione e cattiveria. Dobbiamo essere più concentrati, ma anche ritrovare la serenità che avevamo».
Tre anni di B, tre allenatori diversi. Come giudica Gautieri, Baroni e D’Aversa?
«Gautieri era un tecnico più attento alla fase offensiva. Lui se facevi 4 gol e ne prendevi 3 era contento lo stesso. Baroni era l’opposto. Molto attento alla difesa, a non prendere gol anche a discapito della fase offensiva. D’Aversa tra i tre è il più equilibrato. Adotta sempre il 4-3-3, ma in modo diverso e bada a tutte e due le fasi, difensiva e offensiva, anche perché il calcio di oggi è questo. Ma non spetta a me giudicare».
Qual è il suo ruolo preferito, terzino o difensore centrale?
«In entrambi, anche se preferisco la fascia».
Ma gli esordi sono stati da centrocampista.
«Da piccolo ero una punta! Poi dalle giovanili ho giocato come centrocampista centrale. A 18 anni, nella Primavera del Pescara sono diventato terzino destro e ci sono rimasto anche tra i professionisti, anche se spesso sono tornato al centro. Il Lanciano nel 2010 mi aveva preso come centrocampista».
Quando e dove ha capito che poteva giocare a calcio?
«L’ho capto due volte. Da bambino, perché sembrava avessi una marcia in più dei miei compagni. Poi di nuovo a 15 anni. Avevo deciso di non voler più giocare a calcio così mio padre, che ama vedermi in campo, mi disse: “va bene, allora vieni a lavorare con me”. Ho resistito pochi giorni, ho preferito tornare a giocare che fare il muratore».
Nel mondo del calcio a chi si sente di dire grazie?
«In primis a Cetteo Di Mascio, che mi a costruito prima come uomo e poi come calciatore; a Ivo e Andrea Iaconi che mi hanno fatto esordire nel calcio che conta. A Beppe Manari, che mi ha allenato alla Pro Patria; a Gautieri. E poi un po’ a tutti gli allenatori che mi hanno aiutato a crescere».
Tre stagioni a Pescara, poi la vittoria del Mondiale con la Nazionale Under 20, la Fiorentina e dal 2010 Lanciano. Che ricordi ha di questi anni?
«Sono stati anni molto belli e difficili. A Pescara sono cresciuto calcisticamente. La Nazionale quando la vivi non ti rendi conto di quanto sia importante. Ho vinto il Mondiale in Olanda, poi ho girato molto: Giappone, Messico, Svizzera, Inghilterra, posti che magari non avrei visto da giocatore di club».
Ha rinnovato il contratto fino al 2017: Lanciano a vita?
«A Lanciano vorrei restare sempre, ma devo dimostrare di poterci stare, conquistarmi sempre la fiducia della società, del tecnico e della città».
È facile uscire per Lanciano senza essere fermato dai tifosi?Che rapporto ha con loro? Quali sono i locali preferiti?
«Sono straordinari i tifosi, persone che mi dimostrano affetto. Mi fermo volentieri a chiacchierare con loro, anche e soprattutto con i bambini. Anche al bar. Il mio bar di fiducia era il Play bar a Santa Rita, ma è chiuso ormai».
Pensa mai a come sarebbe stata la sua vita se non fosse diventato calciatore?
«Non ci ho mai pensato. Forse avrei fatto il muratore, come mio padre».
Dove si vede tra 20 anni?
«Il mio obiettivo è restare nel mondo del calcio, anche se non è facile. Mi piacerebbe allenare o gestire il settore giovanile».
Ha 2 figli maschi, consiglierebbe loro di giocare a calcio?
«Cristian, di 7 anni e Francesco, di 3 anni, avendo sempre la palla in casa già hanno seguito le mie orme...»
Il sogno?
«Giocare in A con il Lanciano».
Teresa Di Rocco
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