Bertelli, il signor Luna Rossa con un sogno nel cassetto: l’America’s Cup in Italia

Il 74enne armatore aretino nonché amministratore del gruppo Prada: «In oltre 20 anni è il nostro momento migliore». E punge New Zealand
Se gli italiani si alzano alle 4 del mattino per seguire una regata o se appena svegli chiedono il risultato di Luna Rossa è per l’innata passione per la vela che caratterizza Patrizio Bertelli, aretino, 75 anni il prossimo 6 aprile. È lui l’armatore che ha messo in piedi il progetto finalizzato alla conquista dell’America’s Cup, la cui 36ª edizione è partita questa mattina. Un’operazione che costa tra i 65 e i 70 milioni di euro, il budget messo in piedi all’inizio del percorso che oggi vive il suo momento clou.
Il signor Prada. Bertelli è sposato da 1988 con Miuccia Prada (all’anagrafe Maria Bianchi), è padre di due figli ed è l’amministratore delegato del gruppo Prada che può snocciolare numeri di tutto riguardo: dal 2009, infatti, è quotato in Borsa, a Hong Kong. E nel 2014 il fatturato ha raggiunto i 3,587 miliardi di euro, con una crescita pari quasi al 9% rispetto all’anno precedente. Un marchio a capo di 22 fabbriche, più di 600 negozi sparsi nel mondo e in grado di impiegare 14mila persone. Secondo la rivista Forbes, Bertelli è al nono posto tra gli imprenditori più ricchi d’Italia e vanta un patrimonio di oltre 4,6 miliardi di dollari. Questo tanto per rendere l’idea del personaggio in questione che si occupa di moda a 360 gradi e ha l’hobby della vela. Una passione coltivata nel tempo, partendo dagli esordi a Castiglione della Pescaia, nei primi anni ’70, a bordo delle barche di Vasco Donnini. Cinquant’anni di vela, caratterizzati da sei campagne di Coppa America. Quattro edizioni dell'America's Cup, tre finali di Vuitton Cup, una vinta (2000), due perse (2007, 2013). A febbraio la “sua” Luna Rossa ha vinto la Prada Cup, la coppa degli sfidanti acquisendo il titolo di sfidare i detentori, New Zealand. «Li abbiamo aiutati a Bermuda (nel 2017, ndr)», dice il patron sui rapporti non proprio idilliaci con i kiwi, «abbiamo concordato gli Ac75, abbiamo sponsorizzato la Prada Cup. Cosa vogliono di più? Mi sembra tutto un po’ esasperato, eccessivo. Quando il loro capo era Tom Schnackenberg, veniva a mangiare gli spaghetti alla nostra base. Con Grant Dalton è tutto più difficile».
Sulle orme di Agnelli. Il sogno di Patrizio Bertelli è di portare la Coppa America in Italia. Magari a Cagliari dove Luna Rossa ha il suo quartier generale. Un sogno che apparteneva a Gianni Agnelli il primo in Italia, nel 1983, a mettere in piedi un’imbarcazione - Azzurra - in grado di gareggiare per la manifestazione sportiva più antica al mondo.
«In 23 anni di Coppa America siamo riusciti a dare un impulso importante alla vela italiana», ama ripetere Bertelli dal suo ufficio di Valvigna (Arezzo), «con tanti giovani che stanno crescendo e molti fornitori del settore nautico diventati punto di riferimento internazionale. Riguardo alla Coppa, nei mesi passati abbiamo dovuto lavorare in solitaria a causa del Covid, a Natale eravamo un po’ arrugginiti e ingolfati. La barca era completamente nuova e abbiamo lavorato in silenzio per migliorarci. Dopo l’incidente di American Magic», aggiunge, «i ragazzi hanno chiarito meglio tra di loro come gestire la regata, la tattica, la comunicazione, più spazio al randista, più copertura degli avversari invece di andare dietro al vento. Correzioni che sono risultate determinanti». Riguardo alle prospettive personali: «La mia aspirazione massima è essere lucido e attivo fino alla morte. Dal punto di vista personale vorrei tornare a volare, andare in Cina, in Giappone, in America, vedere da vicino i mercati e i nuovi giovani».
Cruccio e speranze. Il suo rammarico è proprio quello di non potersi muovere causa della pandemia. Di non poter ammirare la sua creatura da vicino nelle acque di Auckland.«Questa è la situazione migliore negli oltre 20 anni della nostra storia», ha detto alla vigilia della prima regata. «Posso sembrare presuntuoso, ma credo che gli unici due veri team siano Luna Rossa e Team New Zealand, non a caso sono in finale. Se metti insieme 100 persone non sempre costruisci un team. Noi in questi 20 anni abbiamo imparato molto. Abbiamo saputo creare un'atmosfera: la Coppa America non è solo tecnologia», ha concluso, «ma è anche e soprattutto vita quotidiana, saper creare un gruppo senza tralasciare piccoli ma significanti particolari».
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