Da Miglianico a Baku, Pulcinella segue De Biasi

2 Novembre 2020

L’abruzzese è il match analyst dell’Azerbaigian. «Dieta e tattica: così abbiamo cambiato la Nazionale»

MIGLIANICO. C’è un pezzo di Abruzzo nella nazionale azera di calcio. Tony Pulcinella, 45 anni, di Miglianico, è l’analista tattico dell’Azerbaigian. È stato Gianni De Biasi, ct della squadra, a volere nel suo staff l’abruzzese conosciuto nei dilettanti per aver guidato, tra le altre, Faresina, Collecorvino, Moscufo, Giuliano Teatino e Vacri. La chiamata in estate di De Biasi, il calcio azero, la vita in un Paese dilaniato dalla guerra con l’Armenia e il Covid visto dall’altra parte dell’Europa: Pulcinella si racconta da Baku, dove è in ritiro con la Nazionale per preparare i prossimi impegni di Nations League (14 novembre con il Montenegro e il 17 con il Lussemburgo).
Pulcinella, come ha conosciuto De Biasi?
«Tramite un amico in comune. Da anni coltivo la passione per la tattica, aggiornandomi in Europa, soprattutto in Inghilterra, come match analyst. Ho avuto l’opportunità di collaborare con De Biasi già all’Alaves. Poi, ad agosto mi ha chiamato per seguirlo in Azerbaigian. Nello staff ci sono quattro italiani: Benny Carbone e Claudio Bellucci, che sono i vice, il preparatore atletico Alessandro Scaia e io».
Ora siete impegnati in Nations League: con quali aspettative?
«Abbiamo ottenuto una vittoria storica con Cipro perché l’Azerbaigian non vinceva da due anni. La federazione sta investendo tanto e a livello di organizzazione non è inferiore a nessuno. Dopo la Nations League, ci concentreremo sulle qualificazioni ai Mondiali».
Cosa ha portato De Biasi in più?
«L’indiscussa professionalità, la cultura del lavoro e l’italianità. La federazione gli ha dato piena fiducia e lui ha cambiato tante cose. Ad esempio, l’alimentazione: qui mangiano molto speziato e il mister ha eliminato le salse dai pasti dei giocatori. Poi sono cambiati anche gli orari degli allenamenti e il modo di lavorare. Facciamo sei riunioni al giorno quando siamo in ritiro e attività di scouting continua, visionando le partite del campionato. Quando siamo arrivati, l’Azerbaigian era oltre il 130° posto nel ranking Fifa. Ora siamo al 112°».
Com’è il livello del calcio azero?
«C’è la Premyer Liqasi (serie A), la Birinci Dasta (serie B), il campionato riserve e la coppa. Diciamo che la serie A azera è paragonabile a una serie C italiana. La squadra più forte è il Qarabag».
Qual è il lavoro da fare per colmare il gap con le altre squadre?
«Il ct De Biasi sta lavorando sulla metodologia, la tattica, l’intensità, la dieta ma, soprattutto, tiene conto della cultura dei giocatori, totalmente diversa dalla nostra. Per questo vuole creare rapporti umani di rispetto e stima reciproca».
Da mesi ormai è in corso la guerra sul Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian e Armenia. Che percezione ha lei?
«Il conflitto è a 600 km da Baku, dove viviamo noi. Dalla capitale non c’è la percezione della guerra. La sera, però, c’è il coprifuoco: alle 18 i negozi chiudono e alle 21 non si può più uscire. C’è la polizia in tutti gli incroci delle strade».
Guerra e pandemia. Il Paese come sta affrontando l’emergenza Covid?
«Qui c’è l’obbligo di indossare sempre la mascherina. Non c’è, però, quel bombardamento mediatico che c’è in Italia. L’attenzione è più rivolta alla guerra e c’è un grande senso di patriottismo. Sugli specchietti delle macchine, sui palazzi e ovunque ti giri, vedi bandiere azere».
Come si vive a Baku?
«Molto bene. È una città che non ha nulla da invidiare alle altre metropoli europee. È stupendo il mix tra la parte antica e quella moderna in continua espansione con la costruzione di grattacieli».
Non le manca l’Abruzzo?
«No, perché torno sempre quando non ci sono le competizioni. L’Abruzzo è casa mia».
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