«Da Verratti a Yallow, la mia vita è una scoperta»

«Seguiamo i campionati di tutto il mondo, poi capita che un bancario...»
PESCARA. E' proprio vero che a volte ti si chiudono porte e si aprono portoni. Così è andata a Donato Di Campli, giornalista mancato, ma manager di calciatori di successo come Marco Verratti. Tutto è partito, appunto, da una cocente delusione: il nostro faceva parte di un terzetto di belle speranze che voleva sfondare in televisione, con lo sport come minimo comun denominatore. Gli altri due ce l'hanno fatta: Giulio Delfino oggi è la voce della Formula 1 di Radio Rai, mentre Daniele Barone è un apprezzato commentatore di Sky. Di Campli era in lizza per un posto alla Rai, ma gli uomini di Remo Gaspari, che all'epoca dettavano legge nelle assunzioni di abruzzesi alla tivù di stato, puntarono su un altro nome. In preda a uno sconforto profondo, il nostro decise che era meglio gettare la spugna e dedicarsi ad altro, ovvero a una laurea in legge che gli consentisse di fare l'avvocato. Magari con una specializzazione in diritto sportivo, una branca poco esplorata all’epoca dalla maggior parte dei legali. Sarà per fiuto, sarà per fortuna, fatto sta che il lavoro arrivò subito e vicino casa: prima la Virtus Lanciano e poi il Pescara attraversarono fasi societarie difficili e c'era bisogno di un legale che aiutasse a limitare i danni. Uscito dall'ambiente dalla porta, Di Campli rientrò nell'ambiente dalla finestra. Ma che finestra: oggi la Di Campli Management è una società che occupa una decina di persone, tutte impegnate nello scoprire e gestire talenti in giro per il mondo. Una piramide che ha al vertice il giornalista mancato.
Come si fa a scoprire un nuovo Verratti? La concorrenza non manca...
«Ho i miei osservatori, che in genere sono ex calciatori tipo Marino Camaioni, che è anche il direttore generale dell'Alba Adriatica (Eccellenza, ndr). Ma le segnalazioni mi arrivano da più parti, anche dai direttori di banca. E naturalmente dalle televisioni».
Che ne sanno i bancari di calcio?
«Ne sanno, ne sanno. La storia è quella di Alessio Di Massimo, il ragazzo di Torano che la Juventus ha appena prelevato dall'Avezzano: mi telefonò il signor Saraceni, un direttore di banca di Lanciano che fa anche l'arbitro nei dilettanti e mi disse di avere diretto un incontro con un ragazzo fortissimo. L'abbiamo preso e mandato all'Alba e da lì all'Avezzano, ma prima abbiamo dovuto farlo dimagrire di 10 chili».
E' la sua ultima scoperta?
«No, ce n'è un'altra ancora più recente, un ragazzo di colore con una storia incredibile alle spalle. Si chiama Sulaiman Yallow, è gambiano, arrivato in Italia su un barcone a Comiso. Da lì è arrivato a Termoli e ha iniziato a tirare calci nella squadra della parrocchia, dove si è visto subito che l'ometto ci sapeva fare. Gli hanno dato un tutore, che lo ha preso a benvolere e lo ha incoraggiato: è finito al Termoli, poi all’Agnonese in serie D con uno stipendio di 500 euro al mese, 400 dei quali vengono spediti a casa. Un ragazzo d'oro, che viveva in una casa con altri 20 immigrati: l'ha preso l'Entella, società di serie B».
E in televisione quali campionati monitorate?
«Si cerca di tenere d'occhio un po' tutto il mondo, anche se oggi neanche in Bangladesh c'è un calciatore che non abbia già un procuratore. C'è una società di Chiavari che ha creato una App che ti consente di vedere tutti i campionati del pianeta, abbonarsi costa più di 7 mila euro all'anno, ma ne vale la pena».
Con Verratti come va?
«E' un ragazzo d'oro, fa una vita tranquilla a Neuilly, comodo per i campi di allenamento del Paris Saint German. Oltre alla compagna e al figlio, a Parigi spesso c'è buona parte della sua famiglia, a cominciare dal fratello: Marco è rimasto semplice e spontaneo come ai tempi di Manoppello».
Come riuscì prenderlo sotto la sua ala?
«Me lo segnalò Giorgio Repetto, il direttore sportivo del Pescara, società a cui era stato ceduto giovanissimo in cambio di una fornitura di palloni e di biglietti per una partita con la Juventus. Io lo presi in un momento difficile, Marco s'era fatto male al ginocchio durante un partita della nazionale Under 21 dell'allora serie C a Malta. Fu visitato in Svezia, poi operato ad Arezzo dal professor Cerulli, dato che gli fu riscontrata una meniscopatia congenita. S'era messo di mezzo Salvatore Bagni, che voleva portarlo all'Inter, ma per fortuna il direttore del club nerazzurro, Pierp Ausilio, si sentì scavalcato e fermò tutto».
Poi arrivò Zeman e l'anno indimenticabile della promozione in serie A...
«Sì, e si fecero avanti il Napoli e la Juve. Marco aveva fatto una partita strepitosa con l'Under 21 a Nizza e a vederlo con me c'era il capo degli osservatori della Juve, Claudio Sclosa. Fecero un'offerta, ma il Pescara preferiva il Napoli, era già tutto fatto, dovevamo solo firmare, ma il direttore sportivo, Riccardo Bigon, ci spiegò che l'allenatore dell'epoca, Walter Mazzarri, adottava un modulo nel quale Marco avrebbe faticato ad inserirsi. Pensavano di prenderlo e darlo in prestito, ma Marco voleva fare la serie A col Pescara. Ci fu un momento di impasse e mi trovai in una cena a Milano a cui partecipava, con molti altri dirigenti, il proprietario del Paris Saint Germain, Al Khelaifi».
Un colpo di fortuna...
«Macché. Chiesi di parlargli e gli feci il nome di Verratti, ma lui mi liquidò in pochi secondi. Sembrava finita lì, ma pochi giorni dopo ci fu la sorpresa: ero a Milano per il mercato e dopo una mattinata intensissima me ne andai in albergo per riposare un'oretta, staccando il telefonino. Quando riaccesi, trovai questo messaggio: "Ci verrebbe Verratti a Parigi?“. La firma era quella di Leonardo, che allora era il direttore generale del Psg».
E voi ci andaste.
«Certo che sì: avvisai subito Daniele Delli Carri, ds del Pescara, di tenersi pronto. L'incontro fu breve, in dieci minuti ci accordammo su tutto. Ricordo che quando firmammo il contratto, trovammo nella stanza accanto Ibrahimovic col suo procuratore, Mino Rajola: loro avevano 13 avvocati, io ero solo soletto».
Un bel colpo. Qualche delusione, invece?
«La più grande è stata Gianluca Sansone: l'ho preso dal Montorio, in Eccellenza, e da lì l'ho portato in serie A, dandogli veramente tutto. Ma a volte si mettono di mezzo i genitori e il rapporto si fa difficile, sono sempre scontenti. E' stato un brutto colpo. A volte poi ti sfuggono giocatori che pensi di avere già preso: di recente mi è capitato con Bernardeschi, il talento della Fiorentina. Avevo già parlato con il padre, che lavora in una cava di marmo, e sembrava fatta, tanto che mi sono fatto 700 chilometri invano per andare a definire tutto. Succede, ma per fortuna di giocatori ne ho una sessantina, alcuni dei quali in serie A, come Fabrizio Cacciatore del Chievo. Ma ce n'è uno che mi manca molto».
Fuori il nome.
«E' Lorenzo Costantini, il giovane della Virtus Lanciano che ha perso la battaglia con un male terribile. Era un ragazzo d'oro, con una bella famiglia, oltre che una promessa. Non lo dimenticheremo».
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