Di Francesco saluta: «Dal calcio al basket ora basta arbitrare»

24 Luglio 2023

Il fischietto teramano si ritira dopo 30 anni di carriera: «Ho fatto Lega Pro e B1, poi ho scelto la pallacanestro»

TERAMO. Nel 1992 il primo corso da arbitro, una lunga carriera sui campi e sui parquet di tutta Italia che ha portato Guido Federico Di Francesco, teramano, ad essere rappresentante di un caso unico nel mondo avendo diretto sia gare di calcio che di basket. «Unico soprattutto raggiungendo certi livelli. Ci sono riuscito grazie ad una grande collaborazione di tante persone, sacrifici, allenamento ed incoscienza. Ad un certo punto ho dovuto fare una scelta. Nel 2006 ero arrivato nella serie C di calcio e già ero in B1 di basket. L’ultima nel calcio fu Cesena-Vicenza in cui ero 4° uomo e l’arbitro era Nicola Rizzoli. Mi sono dimesso perché non riuscivo più a conciliare i miei impegni continuando nella pallacanestro». Fino al 29 giugno scorso quando ha deciso di dire basta anche all’attività agonistica nella palla a spicchi.
Perché ha deciso di smettere?
«Una scelta dettata dalla voglia di fare altre cose. Quando arriva la designazione ed invece vorresti essere da un’altra parte, è giusto dire stop e fare le cose che rendono felici». Tipo dedicare più tempo alla famiglia, alla moglie Monia e alle due splendide bambine Beatrice e Camilla.
Come mai ha scelto di fare l’arbitro?
«Tutti i miei amici del liceo, tra gli altri Giampaolo Calvarese e Carlo Rodomonti, lo facevano. Ho iniziato con il basket con Paolo e Luca Moro coccolato dal professor Pino Di Giovanni e poi iniziai anche con il calcio. Ho avuto modo di imparare tante cose che mi sono state molto utili nel mio lavoro di consulente finanziario come, per esempio, la gestione delle emozioni, prendere decisioni immediate».
Dagli albori fino ai giorni nostri, la prima gara in assoluto che ha diretto e l’ultima?
«Nel basket nel 1992, sfida della categoria giovanili, alla Casa dello sport a Teramo, nel calcio, invece, nel gennaio 1995, categoria Esordienti, Tortoreto Alto-Tortoreto Paese con Carlo Rodomonti come tutor. L’ultima è stata in serie A di basket Verona-Napoli del 7 maggio scorso». A proposito di numeri, durante l’intervista, da un cassettino, esce fuori un’agendina dove sono appuntate tutte le partite dirette. Il 5 ottobre 2008 l’esordio in Legadue di basket in uno Scafati-Imola, il 9 ottobre 2011 quello nella massima serie con Caserta-Treviso nel giorno del compleanno di mamma Elisa. Le sfide dirette sono migliaia tra calcio e pallacanestro, tra i professionisti oltre 350 con Napoli-Milano la numero 300.
Nel corso della carriera si è ispirato ad un modello in particolar modo?
«Ho cercato di cogliere il meglio da tanti, la gestualità di Pierluigi Collina, la forza caratteriale del nostro Pasquale Rodomonti, l’eleganza ed il sorriso di Gianluca Mattioli».
Uno dei suoi pregi è sempre stata la capacità di dialogo in campo.
«È quello che cerchiamo di insegnare ai ragazzi che iniziano la carriera ma quando si è giovani, mi rendo conto, il carattere si dimostra anche con un po’ di presunzione».
La partita che ricorda volentieri e quella, invece, meno?
«Il mio modo di essere è sempre positivo, non ce ne sono di particolari. Ricordo, invece, due sfide dirette a Teramo, nella mia città. Una partita al vecchio Comunale, era il Teramo di Malavolta, avversario il Messina, c’erano 4mila persone e, nella pallacanestro, una sfida del Trofeo Banca Tercas con i biancorossi che giocarono contro i campioni lituani dello Zalgiris Kaunas».
Le persone che si sente di ringraziare?
«La mia famiglia tutta, il mio amico Giampaolo Calvarese e, per l'ambito lavorativo, Christian Valentini preziosissimo».
Ora proseguirà a formare nuove leve?
«Lo faccio da oltre dieci anni, c’è un bel gruppo futuribile per quel che riguarda i fischietti abruzzesi nel basket. Ne abbiamo due in serie A, Catani e Patti, due in A2, Ferretti e Grappasonno e una quindicina tra B nazionale ed interregionale».
Ai nuovi arbitri cosa si sente di dire?
«È un attività da provare perché sviluppa tante attitudini, di trarre insegnamento da ciò che si impara ma di non prendersi troppo sul serio. Avvicinarsi sempre allo sport perché si trasmettono valori importanti».
Matteo Falzon
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