Di Giuseppe: vi racconto Hindley un ragazzo tutto casa e fornelli

31 Maggio 2022

Il talent scout abruzzese ricorda l’australiano che nel 2015 è stato in forza all’Aran Montesilvano «Jai mangiava e dormiva a casa mia, è come un figlio. Si è capito subito che avrebbe fatto strada»

PESCARA. Jai Hindley - l’ultimo vincitore del Giro d’Italia - è arrivato da molto lontano, da quell’Australia che lo ringrazia per aver fatto suonare per la prima volta il suo inno sulle strade della corsa rosa. Ma Jai Hindley, oggi 26 anni, l’Italia la conosce molto bene vuoi perché nel 2020 aveva assaggiato il calore della maglia rosa arrivando poi secondo, vuoi perché nel 2015 la Aran Cucine di Montesilvano di Umberto Di Giuseppe lo aveva accolto come uno di famiglia in Abruzzo. Squilla il telefono e non risponde, sarà ancora emozionato per la vittoria del suo Jay. Al secondo tentativo Umberto Di Giuseppe – nato a Notaresco nel 1946 e residente a Cappelle sul Tavo – c’è e con il suo inconfondibile tono di voce racconta cosa ha provato in questi giorni. “Umbertone”, per tutta la famiglia del ciclismo è quello il nome vero, ha tanti aneddoti da far conoscere ma il suo racconto inizia con un pensiero sul corridore australiano. «Sono contentissimo di quello che ha fatto. È stato uno forte da sempre e avevo la certezza che prima o poi arrivava. Me ne sono accorto subito appena era arrivato in Abruzzo».
Di Giuseppe, da cosa ha capito che in casa aveva la futura maglia rosa?
«Da tante piccole cose che fanno grande un corridore. Se volete ve le racconto».
Prego.
«Jay mangiava e dormiva a casa mia. Ogni tanto volevo portarlo al ristorante. Ogni ragazzo della sua età era felice di uscire la sera per mangiare fuori. Invece Hindley no. Restava a casa e cucinava lui. Era attento ad ogni dettaglio. Un’altra volta gli dissi di stare tranquillo perché qui in Abruzzo c’erano due squadre di professionisti (la Vini Fantini e l’Europa Ovini, ndc) e che gli davamo un aiuto per correre. Lui mi rispose di no perché voleva solo il World Tour. Oggi ha vinto il Giro come capitano della Bora. Sono orgoglioso di lui».
Nella Bora c’è il ds Gasparotto che ha vinto l’italiano che lei organizzò a Montesilvano.
«Vero, è un direttore eccezionale e mi ricordo quanto fu bravo in quella corsa».
Continui pure il suo racconto su Jay Hindley.
«L’Australia ci chiese una relazione e noi parlammo molto bene di lui. Ci avevamo visto giusto. E ora Jay mi ha promesso che presto mi manderà un corridore australiano forte».
Nel 2016 Hindley vinse nelle Marche il prestigioso trofeo Capodarco. Si dice che solo un campione può vincerlo.
«Vero perché lì puoi trionfare solo se hai davvero delle grandi qualità. E indovinate cosa dissi quando arrivò a ridosso dei primi venti con la mia squadra? Il prossimo Capodarco sarà tuo. Anche qui ci ho preso».
Che cosa farà ora Hindley?
«Secondo me si confermerà a questi livelli perché questo è il suo valore. Vincerà anche al Tour o alla Vuelta? Non mi fate fare queste previsioni, ma si confermerà ad altissimi livelli. Io sono solo orgoglioso che sia nel 2020, quando vinse le tappe e indossò la maglia rosa, sia dopo il Giro vinto domenica si sia ricordato di noi».
Nel giro under 23 del 2017 che si concluse a Campo Imperatore Hindley vinse la tappa, ma la maglia rosa andò a Sivakov. E domenica scorsa è stato proprio Sivakov ad iniziare il forcing per Carapaz ,ma il finale è stato diverso. Si ricorda quel Giro?
«Certo, dopo Campo Imperatore, mi venne trovare due giorni con la mamma e il papà. Era felicissimo».
E quest’anno oltre alla maglia rosa ha vinto sul Blockhaus. Erano le sue strade di allenamento.
«Ci siamo visti nel giorno di riposo e lui era già contento per aver vinto una tappa straordinaria. Io però gli ho detto che doveva crederci perché poteva battere Carapaz».
Le indovina proprio tutte...
«Si vedeva che era il più forte».
Hindley ha detto che “Umbertone” è come un padre.
«Per me Jay è come un figlio».
Non c’è altro da aggiungere. La maglia rosa di Jay Hindley ha tanto Abruzzo nel cuore.
Enrico Giancarli