Gemi, il turco che ha trovato il sorriso a Giulianova

Il team manager dell’Amicacci si racconta: «Sono un giuliese vero, devo la mia vita a questa città». (Nella foto, Ozcan Gemi)
GIULIANOVA. Una storia di dolore e riscatto, dalla malattia invalidante fino a toccare l’Olimpo del basket in carrozzina. Il team manager dell’Amicacci Abruzzo, Ozcan Gemi, è l’esempio di chi è pronto a rinascere dalle proprie ceneri, andando oltre ogni difficoltà. «Sono nato a Batman, nel sud-est della Turchia, un piccolo paesino che negli anni Ottanta ha vissuto la piaga del terrorismo, con il coprifuoco alle 20 e con i professionisti (dai medici agli avvocati) che avevano paura di trasferirsi da quelle parti.
Secondo di sette figli, i miei genitori erano dei braccianti», racconta Gemi. «Quando avevo un anno e mezzo ho preso la poliomielite, ma i miei genitori non se ne rendono conto subito, scambiandola per una semplice febbre fin quando, vedendo che non riuscivo neanche a stare seduto, mi portano dal medico del paese vicino che comprende tutto subito». Una notizia shock, che non scalfisce l’animo della famiglia.
«Da quando ho memoria sono cresciuto strisciando a terra con le ciabatte sulle mani perchè la mia prima carrozzina l’ho avuta a 18 anni. Pensa che alle elementari facevo tre chilometri ad andare e a tornare dalla scuola ogni giorno, poi alle medie sono stato più fortunato avendo la struttura vicino casa».
Fondamentale la figura del nonno definito «un mentore perchè mi ha insegnato tutto. Io ho iniziato la scuola tardi e, dopo la terza media, c’era la possibilità di andare in una scuola per disabili ad Ankara, eppure lui si è opposto con forza perché voleva farmi crescere stando a contatto con tutti i ragazzi normodotati. In generale la famiglia e gli amici non mi hanno mai fatto sentire diverso, al massimo nel paese ricevevo qualche battuta vedendomi camminare sulle mani, ma io rispondevo sempre con fierezza: “Mi adatto non per sopravvivere, bensì per vivere al meglio”».
A 18 anni si trasferisce a Istanbul con la famiglia e trova subito un lavoro: «Iniziai in uno studio commercialista, ma durò poco perché la persona che mi aveva assunto si licenziò per aprire un ristorante e mandarono via anche me (sorride, ndr)».
La cosa incredibile è che pochi giorni dopo conobbe la sua più grande passione: «Ero con i miei amici in un parco, nel quartiere Besiktas di Istanbul. Si è avvicinato un ragazzo in carrozzina, come me, Altug Ozyayikci e mi dice: “Abbiamo creato una società nuova che promuove lo sport paralimpico. Hai voglia di venire a vedere di cosa si tratta?”. Io non sapevo nulla di quel mondo, era il 1998. Salito in sede mi fecero vedere una partita di basket e rimasi folgorato. Pochi mesi dopo ero il capitano della squadra del Besiktas con cui vincemmo subito la serie B, facendo poi due anni insieme in serie A».
Ma il destino stava preparando l’incontro con Giulianova. «C’è una carissima amica, Cigdem Tavkul, che col marito, facendo una navigazione nel Mediterraneo, qualche anno prima si era fermata a Giulianova e, vedendo la squadra dell’Amicacci in un torneo estivo, si ricordò della nostra squadra in Turchia. Conobbe Peppino Marchionni e nacque un bellissimo rapporto tanto che ogni anno andavano lì. Nel 2002 Peppino manda un invito a tornare a Giulianova, ma il marito e i figli di Cigdem non potevano andare così lei chiese al presidente del Besiktas tre ragazzi per partecipare al torneo e, tra questi, c’ero anche io».
Gemi gioca, visita l’Abruzzo e si innamora di questa terra. «Cigdem parlò con Peppino dicendogli: “Salva la vita di Ozcan, prendilo con te”. L’Amicacci era appena retrocessa in A2 e poteva tesserare un extracomunitario, inoltre la moglie dell’allenatore era turca». É un sogno che si avvera: «Per noi turchi pensare di giocare all’estero era fantastico, io sono stato il primo connazionale a farlo. Volevo andare e, superata la titubanza di mamma che non era mai stata così lontana da me, dovetti convincere il Besiktas con qualche difficoltà. Ricordo ancora che presi l’autobus da Istanbul il martedì e arrivai a Giulianova giovedì sera: fu un viaggio della speranza (ride, ndr)».
L’ingresso nel mondo Amicacci fu incredibile: «Essendo straniero, ogni anno c’era la possibilità di andare via, invece la società ogni volta mi chiedeva di restare ed io ero felicissimo». Così, tra un canestro e un libro per imparare velocemente la lingua, Gemi inizia a lasciare il segno a suon di successi: «Nel 2007 torniamo in serie A e l’anno dopo conquistiamo il Trofeo Oscar». Poi arrivano anche i trionfi internazionali, ma soprattutto l’amore: «Nel 2006 Peppino prese in gestione uno stabilimento balneare e, finita la stagione sportiva, andavo a lavorare lì come cameriere. Ero abbastanza spigliato con gli altri, ma restavo un ragazzo timido in fatto di amore. Vidi una bellissima ragazza che veniva al mare di pomeriggio e ogni volta mi sorrideva e andava via. Fin quando, un giorno, ho preso coraggio e sono andato a parlarle. Ma anche qui c’è stato lo zampino di Peppino perchè, conoscendola già per dei lavori di grafica fatti per l’Amicacci, spese delle parole buone per me, dando coraggio ad entrambi». E oggi sono marito e moglie. Gemi, dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana nel 2019 e il riconoscimento come cavaliere della Repubblica da Mattarella, continua a definirsi «più giuliese che turco, avendo vissuto 24 anni della mia vita qui».
E oggi trasmette l’essenza dell’Amicacci a tutti i ragazzi per tramandare un’eredità unica.

