Gentile: economia ferma così il calcio è peggiorato

L’imprenditore marsicano al timone dei biancoverdi negli anni Novanta: «Prima c’erano contributi federali, incassi dignitosi e premi di valorizzazione»
AVEZZANO. «Chi fa calcio oggi andrebbe solo ringraziato». Mauro Gentile, ex presidente dell’Avezzano, non le manda a dire. È sempre stato un tipo schietto l’imprenditore marsicano. E oggi interviene sulle difficoltà del calcio abruzzese dopo l’allarme lanciato ieri dal Centro. Che non è altro che lo specchio dell’economia regionale boccheggiante. Mauro Gentile, classe 1967, è stato presidente dell’Avezzano dalla stagione 1988-89 al 1997, portandolo dai dilettanti alla serie C1.
Com’era il calcio quando c’era lei?
«Era ancora un’azienda sostenibile. L’economia girava e il sistema girava».
Oggi invece?
«Se gli imprenditori non riescono a produrre utili come fanno a fatturare? Come fanno a dirottare risorse sul calcio, o sullo sport in generale?».
Com’era il calcio di serie C negli anni Novanta?
«Era ancora accessibile. C’erano i contributi della Lega, gli incassi al botteghino erano ancora una voce importante in bilancio. E poi bisognava essere accorti e intelligenti».
Ad esempio?
«Un buon campionato di serie C costava 1,2 miliardi. Al botteghino entravano circa 400 milioni. Con i premi di valorizzazione e vendendo qualche giovane riuscivi a chiudere il bilancio in pareggio».
Poi?
«Poi è cambiato tutto. Con l’introduzione dell’euro i calciatori che prendevano 30 milioni hanno cominciato a chiedere 30mila euro. E poi è arrivata la televisione con la pay per view. Meno gente allo stadio e meno incassi».
E comunque è arrivata la crisi.
«A risentirne prima sono i poveri. E così è accaduto anche nel calcio. I problemi sono iniziati dal basso, dalla serie C, agevolando, tra l’altro, l’ingresso di personaggi poco raccomandabili che prima venivano respinti».
I giovani non bastano per ridurre le spese.
«E’ accaduto esattamente il contrario. Prima in serie C venivano mandati i giovani per maturare. Con il premio di valorizzazione a un certo numero di presenze. Ricordo Manni dal Torino? Un anno ha fruttato 100 milioni di valorizzazione. Poi, è arrivata l’obbligatorietà dei giovani. Che da risorse si sono trasformati in un peso. Prima, infatti, i club di serie C venivano pagati per farli giocare; poi, invece, con l’obbligo dell’utilizzo, sono diventati una spesa. I ragazzi hanno cominciato a presentarsi in sede con il procuratore...».
E i contributi federali scarseggiano...
«Prima erano una voce rilevante nel bilancio, ora no».
E quindi?
«Oggi fare calcio comporta dei costi. Il tifoso medio non capisce che la società di calcio è un’azienda in perdita costante. Puoi solo limitare i danni».
Perché fare il presidente nel calcio di oggi?
«La serie A e la B sono un altro mondo. Chi fa calcio in Lega Pro e tra i dilettanti va solo ringraziato. Un tempo, si mettevano soldi nel calcio per visibilità o per aver detrazioni fiscali. Oggi se gli imprenditori non guadagnano come fanno a fatturare?».
Lei era legato a Luciano Moggi.
«Certo, diciamo che l’Avezzano era una sorta di società satellite. Noi servivamo a lui e viceversa».
Che significa?
«Che ci mandava i giovani per valorizzarli. Sapeva che avrebbero giocato. E così i vari Pancaro, Del Grosso, Manfredini e Colasante si sono messi in luce in serie C e poi hanno spiccato il volo».
Tornerebbe a fare calcio?
«Assolutamente no. Anzi, adesso che ci penso...».
Che cosa?
«Potrei fare il manager e mettere a frutto l’esperienza maturata nel tempo».
Nel calcio abruzzese chi ha ammirato nel corso degli anni?
«Quando sono uscito ho perso di vista questo mondo. Non saprei dire. Ma il presidente del Pescara, Sebastiani, mi sembra uno sveglio, uno che ha dimostrato di saperci fare».
Alcuni presidenti hanno poi incontrato difficoltà.
«Con il calcio rischi di rovinarti. Specialmente se segui l’umore della piazza e se ti fai prendere la mano».
Il rapporto con i tifosi?
«Nel momento in cui ti esponi pubblicamente diventi bersagli della critica. Bisogna avere un progetto e un budget, senza andare oltre. Bisogna avere personalità e carattere nel resistere alle tentazioni che il calcio ti propone».
@roccocoletti1
©RIPRODUZIONE RISERVATA

