«Il calcio mi ha tradito, non lo vedo neppure in tv»

1 Settembre 2014

L’abruzzese: che litigate con l’argentino Lorenzo! Con Moggi rapporti pessimi

TORTORETO. Un centinaio di presenze in serie A tra Verona, Bologna e Lazio. Arcadio Spinozzi era un terzino che negli anni Settanta e Ottanta si è messo in evidenza per le qualità in marcatura. Veloce e aggressivo. Uno “tosto”. Una carriera, da calciatore, caratterizzata dai sei anni vissuti con la maglia della Lazio. Quella da allenatore, invece, non è mai decollata. Sì, perché l’ex difensore di Tortoreto canta fuori dal coro. È bastato che scrivesse un libro, nel 2001, “Le facce del pallone”, per metterlo fuori dai radar del calcio professionistico. Tanto per rendere l’idea, è uno che ha litigato di brutto con Luciano Moggi quando era alla Lazio. Uno che ha cercato di costituirsi (invano) parte civile nei processi a carico della Gea e di Calciopoli. Chiaramente, uno non assimilato al “sistema” per il semplice motivo che non le manda a dire.

Spinozzi, settore giovanile della Sambenedettese, prima squadra e poi, nell’estate del 1977, il passaggio al Verona.

«Non ricordo quanto fui pagato anche perché nell’operazione fu inserito Guidolin (ex tecnico dell’Udinese, ndr) che andò in prestito alla Samb. Verona è una città meravigliosa, grande passione per il calcio. Ma solo la domenica. Negli altri giorni si vive bene».

A Verona, contro il Milan, l’unico gol in serie A.

«Quel giorno marcavo Rivera. Intercettai un pallone e segnai in scivolata eludendo l’uscita di Albertosi. Non servì a nulla, perché perdemmo».

Da Verona al Bologna.

«Era l’estate del 1979. Dovevo andare all’Inter però, la squadra di Bersellini che poi vinse lo scudetto. Ci avevo fatto la bocca, perché la notizia uscì anche sui giornali. Ma sempre sui giornali un giorno lessi che era fatta per il Bologna. Chiamai il presidente Geronzi per chiedere spiegazioni. E lui mi fece capire che il Bologna aveva pagato di più».

Un anno in rossoblù e poi la Lazio.

«A Bologna, dopo Perani, era arrivato Radice che fece una lista di incedibili tra cui c’era il mio nome. Però, lui andò in Brasile a visionare Eneas e il ds Sogliano mi vendette alla Lazio di Moggi. Al ritorno dal Brasile Radice andò dal presidente e fece casino: “O io o Sogliano”, gli disse. E Sogliano fu fatto fuori. Ma io ormai ero della Lazio».

In serie B.

«Io andai che era ancora in A, ma dopo qualche giorno fu retrocessa per il calcioscommesse. C’era Castagner in panchina, l’aveva portato Moggi. Un calvario la Lazio in B. Riuscimmo a risalire nell’estate del 1983. Andai via nel 1987, avevo problemi con la società che misi in mora perché non pagava. Ero tornato a Tortoreto quell’estate. Mi chiamò Bigon, che era stato mio compagno a Roma, e mi volle a Reggio Calabria dove iniziò la carriera da allenatore. Un anno in C, poi mi sono operato al tendine d’Achille. Volevo continuare, ma non era più il caso. L’ultimo tentativo lo feci all’Aquila, in serie D. E così chiusi la carriera a 34 anni».

Che cosa significa giocare a Roma nella Lazio?

«Ho vissuto in maniera intensa quegli anni. Ho fatto mie tutte le problematiche, la società era un po’ allo sfascio. I gruppi che volevano controllarla si poggiavano sui giocatori. Tanti problemi, ma la passione e l’amore della tifoseria ripagavano di tutte le sofferenze e i disagi. Lì il calcio si vive in maniera viscerale, a Roma si parla di calcio tutti i giorni. È sempre derby».

I rapporti con Luciano Moggi?

«Pessimi. Non condividevo niente del suo modo di pensare e di agire. E non aggiungo altro per non allungare la mia lista di denunce».

Tracce di doping ai suoi tempi?

«No, io ho fatto abuso di farmaci, ma quelli che mi prescrivevano i medici. Non l’allenatore… Più che altro antidolorifici e cortisonici per recuperare in fretta dagli infortuni. Non sostanze per alterare le prestazioni in campo».

Che differenza c’è tra il difensore di oggi e quello dei suoi tempi?

«I difensori erano più efficaci in marcatura ai miei tempi. Oggi con la zona ci sono vantaggi a livello di consumo energetico. C’è chi può risparmiarsi: prima era uno contro uno, non si scappava. Oggi quando gli attaccanti fanno il movimento in diagonale c’è sempre l’attimo in cui la marcatura può saltare».

Il giocatore più forte con cui hai giocato?

«Bobo Gori, Giordano, D’Amico e Beppe Savoldi».

La punta più difficile da marcare?

«Paolo Rossi, Muraro, Altobelli e Rivera. Un giorno, ero del Verona, e marcai Garlaschelli all’Olimpico: mi fece arrabbiare e gli diedi una stecca da brividi in partita. Poi, diventammo amici. Ero aggressivo, cercavo di ridurre gli spazi per non far girare le punte».

Il miglior amico nel mondo del calcio?

«Renato Miele, ex stopper della Lazio e oggi avvocato, mi è venuto a trovare qualche giorno fa. Ho ottimi rapporti con Garlaschelli, D’Amico e Mascetti. Erano miei amici anche i compianti Stefano Chiodi e Giuliano Fiorini».

L’allenatore che le ha dato di più?

«A quei tempi le squadre giocavano alla stessa maniera. A livello umano gli allenatori incidevano di più che a livello tattico. Con Tribuiani, Valcareggi e Chiappella ho avuto un ottimo rapporto. Anche con Gigi Simoni, che ho avuto l’ultimo anno alla Lazio».

Con chi ha litigato?

«Ho avuto grossi problemi con Juan Carlos Lorenzo, il compianto tecnico argentino della Lazio. Aveva dei modi tutti suoi, strani. Voleva che i calciatori facessero foto compromettenti agli avversari per poi mostrarle prima della gara. Era una gazzarra ogni giorno. Voleva che prendessimo delle pillole e un liquido giallastro di cui il medico non sapeva niente. Mi rifiutai e così finii fuori squadra».

Segue il calcio?

«No, per niente. Ho visto appena un paio di partite dei mondiali. Oggi il calcio non è più sport, ma business».

Ma che carattere aveva Spinozzi?

«Un introverso, un po’ taciturno. Leale, generoso. A volte timido anche nelle interviste che cercavo di fare il meno possibile. Il retaggio di un’infanzia vissuta in provincia, dove vivevano marinai e contadini. In famiglia bastava una parola di mamma e papà e poi scattavi. Famiglia umile, ma di grande solidarietà».

Da calciatore ha guadagnato da poter vivere di rendita?

«Si cercava di metter da parte soldi per comprare casa o metter su un’attività commerciale. Nient’altro».

Oggi di che cosa vive?

«Ho una pensione da 1800 euro frutto dei contributi versati da calciatore».

@roccocoletti

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