«La cultura della sconfitta, ecco cosa manca all’Italia»

21 Dicembre 2016

«Qui il calcio è secondo solo al Brasile, ma ci sono troppe esagerazioni»

PESCARA. Una lezione di vita e di sport condensata in quaranta minuti. È quella che ha tenuto ieri pomeriggio alle Naiadi Manuel Estiarte, leggenda della pallanuoto mondiale, con i giovani pallanuotisti pescaresi nel corso di un incontro organizzato dalla Pescara Pallanuoto. I piccoli atleti, tra i quali erano presenti anche le due figlie (Nicole e Rebecca) del campione spagnolo, pescarese di adozione, hanno ascoltato con attenzione le parole di Estiarte, che ha concentrato il discorso principalmente sui valori della vita e dello sport con particolare riferimento al rispetto che sempre si deve all'avversario. Tra gli aneddoti la vigilia della finale olimpica di Barcellona '92 quando i compagni di Estiarte dissero che avrebbero “massacrato” i mangia pizza italiana, mentre gli italiani portarono rispetto fino alla fine. Oggi Manuel Estiarte, 55 anni, è impegnato nel mondo del calcio: è un dirigente del Manchester City in Premier League, uno dei primi collaboratori del tecnico Pep Guardiola al quale è legato da un’amicizia datata nel tempo.

Estiarte, ogni volta che è a Pescara c'è sempre tanto entusiasmo nei suoi confronti e della pallanuoto.

«È bello che ci sia entusiasmo, ci sono periodi diversi rispetto al passato, ma Pescara è una città pallanuotistica con una grande tradizione e momenti straordinari. Adesso si sta cercando di riorganizzare un vivaio e sono sicuro che si farà del bene».

Per lei Pescara che cosa ha rappresentato e rappresenta? «La tappa più importante della mia vita e della carriera, non ci sono dubbi: mia moglie è pescarese, le mie figlie sono nate e cresciute qui, tanti anni di pallanuoto vissuti con scudetti e coppe, ma soprattutto con tanti amici che ancora ho come Mammarella, Pomilio, Calcaterra e tanti altri. Alla fine questa è ricchezza. Sono stato 23 anni qua vivendo esperienze professionali di altissimo livello, quindi che Pescara è il cuore è poco, fa parte di me».

Si sogna ancora di poter rivivere i fasti della pallanuoto dei suoi anni a Pescara, mentre nel calcio la situazione è migliore ma si fa un'enorme fatica a restare in serie A, perché?

«In Germania con il Bayern sono stato in campi, come quello dello Schalke 04 dove stavano sotto 4-0 e stavano per retrocedere, ma negli ultimi 20 minuti, con gli spalti pieni, in curva non hanno smesso di saltare, inneggiare e ringraziare la squadra. In campi di squadre retrocesse c'erano stadi in festa. Questo fa parte della cultura e in Spagna e in Italia manca. Non sto criticando nessuno, ma ci manca la cultura di ammettere che forse già il fatto di essere in competizione a questo livello è il premio, il vero valore. In altri Paesi basta che ti impegni e corri e ti applaudono, sia che tu perda o che vinca. Ci sono delle esagerazioni, sei mesi fa si piangeva di allegria e oggi ci si dispera. C'è qualcosa che non mi torna. Delusione e tristezza le accetto, ma che devo bruciare qualcosa o qualcuno se ne debba andare no. Da questo punto di vista dobbiamo crescere tutti».

Campionato spagnolo, tedesco o inglese: quale preferisce?

«La perfezione sarebbe la qualità tecnica della Spagna, il miglior calcio da questo punto di vista, il livello culturale della Germania con stadi nuovi e sempre pieni dove trovi i nonni con i nipoti e la tradizione e la storia dell'Inghilterra che si respira nell'aria».

Ora lei è al Manchester City con Guardiola, lo scorso anno la Premier la vinse Ranieri con il Leicester; quest'anno in testa un altro italiano, Conte con il Chelsea, sarà dura affermarsi?

«Lo metteremo in difficoltà anche se siamo all'inizio. Nel nostro progetto manca ancora qualcosa ma sono convinto che potremo fare bene anche se il Chelsea gioca solo il campionato. Non le coppe europee».

Qual è il segreto degli allenatori italiani?

«Hanno molta qualità, l'Italia a livello calcistico non si può discutere, sta dietro solo al Brasile a livello mondiale. Quello che manca all'Italia sono gli stadi, la cultura dei tifosi: hanno una passione a volte esagerata che porta a situazioni che non aiutano molto».

Loris Zamparelli

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