Lagioia il condottiero: io giramondo del basket

27 Luglio 2019

L’ex capitano dell’Adriatica Press: «Sarei dovuto essere più presuntuoso» 

TERAMO. Cuore di capitano. Andrea Lagioia è stato un condottiero e, non a caso, è stato il trascinatore dell’Adriatica Press Teramo nella serie di play out contro Campli con una media di 10,33 punti e il 43% da tre punti nonostante un infortunio alla spalla che ne aveva pregiudicato il finale di campionato. Numeri che non hanno fatto cambiare idea ad un simbolo recente della pallacanestro teramana che ha deciso di appendere le cosiddette scarpette al chiodo.
Lagioia, che cosa l’ha spinta a prendere questa decisione?
«Qualche acciacchino fisico e poi mi sono mancati gli stimoli dopo quasi trenta anni in questo mondo».
Il suo futuro?
«Ho deciso di far fruttare i miei studi. Ho la laurea in scienze motorie con specialistica in attività motoria preventiva e adattata e un master in posturologia».
Ma non solo…
«Sto aprendo un centro posturale a Castelnuovo e in questo periodo ho una colonia estiva multisport a Giulianova».
Quando ha realmente preso questa decisione?
«Ad inizio dell’ultimo campionato, poi giorno dopo giorno ho maturato questa scelta. Sia chiaro resterò comunque nel mondo della pallacanestro».
Con che ruolo?
«Ho un centro minibasket a Castelnuovo con 40 bambini, l’Asd Basket Insieme di cui fa parte anche il coach giuliese e ex Teramo, Sandro Di Salvatore. Poi, con mia madre, abbiamo anche un centro minibasket a Foligno».
Ripercorriamo la sua carriera. Come è nata l’idea di giocare a basket?
«E’ stata una scelta inevitabile. I miei genitori hanno giocato ad alti livelli, mio padre Giuseppe lo ha fatto con la Cinzano e Billy Milano, mia madre Milena, invece, tra le altre, con la Yale Pescara».
Ricorda la sua prima gara?
«Assisi-Foligno, terminò 90-7 ma, io, pur essendo piccolissimo, avevo 4 anni e giocavo contro bambini di 7, riuscii a segnare tre punti, un canestro più un tiro libero».
In Abruzzo ha giocato con sei squadre e si è stabilito a Teramo, possiamo considerarla una sua seconda casa?
«Sono umbro perché sono nato lì, ma l’Abruzzo è una terra che è nel mio cuore per tanti motivi e che è nel destino visto che mamma ha giocato a Pescara».
Il giocatore a cui si è ispirato?
«Miroslav Beric, un tiratore clamoroso con il quale ho avuto la fortuna di giocare quando ero alla Scavolini Pesaro».
L’idolo nel mondo della pallacanestro?
«Toni Kukoc e Sasha Djordjevic, apprezzo particolarmente la scuola slava, in tutti i sensi visto che la mia compagna è croata».
A tal proposito c’è anche un aneddoto particolare.
«Sì, Andrea, si chiama come me, è la figlia di Branko Milivojevic, che a Teramo ha lasciato un ottimo ricordo nella pallamano».
Un rapporto solido con la città di Teramo.
«Dopo tanto girovagare cercavo un posto dove fermarmi e ho comprato casa qui. Teramo mi ha accolto subito bene e, poi, somiglia alla città dove sono nato, Foligno».
Il presidente Ermanno Ruscitti ha sempre parlato di un ruolo per lei in società.
«Ci incontreremo, poi vedremo».
La più grande delusione della carriera?
«Probabilmente il non essere riuscito a raggiungere i play off con Teramo».
La più grande gioia?
«L’aver fatto parte di questo mondo e aver visto tanti campioni in tutte le categorie, l’unica che mi è mancata è stata la serie D».
Ci sono rimpianti?
«Ci sono sempre, a volte bisogna accettare gli eventi, ma l’impegno, da parte mia, è sempre stato massimo».
L’ultima stagione di Teramo come va classificata?
«E’ stata un’annata difficile, con tante scommesse. La prima parte è stata più complicata, la seconda più entusiasmante».
Che cosa augura al nuovo Teramo?
«Girone complicato ma, ovviamente, speriamo possa essere una buona stagione».
Il nuovo corso della nazionale come lo giudica?
«In maniera positiva, il coach è quello giusto, vedo più uomini che giocatori».
Quali sono gli allenatori che le hanno lasciato un ricordo migliore?
«A livello giovanile Stefano Cioppi, in serie B Francesco Ponticello ma, al di là di tutto ho appreso qualcosa di buono da tutti».
Ed il presidente, invece, con cui si è trovato meglio?
«Ho un ottimo ricordo di Luigino Sciarra di Atri e anche del patron Walter Scavolini che, una cosa che ancora mi emoziona, nel primo raduno di Norcia, quando avevo 15 anni ed ero un ragazzino tra tanti campioni, mi ringraziò di aver scelto la sua squadra; uno degli ultimi veri presidenti di una volta».
Quante promozioni ha ottenuto?
«Due, diciamo che sono stato più un giocatore che si esaltava quando in palio c’era la salvezza».
Il giocatore più forte che ha affrontato?
«Sasha Djordjevic e il compianto Alphonso Ford. Con entrambi ho avuto la fortuna di giocare a Pesaro».
Amici nel mondo del basket?
«Su tutti, Simone Salamina, Simone De Angelis (ex Giulianova) e Jacopo Calamai».
Il difetto che, nel corso degli anni, non è riuscito a limare.
«Sono stato troppo dietro le righe, a volte, probabilmente, un po’ più di presunzione ci stava bene».
Il basket, negli ultimi anni, come è cambiato?
«In peggio sicuramente. I ragazzi giovani adesso pensano solamente alle statistiche e non a fare gruppo con i compagni. Ma anche a livello di regolamenti c’è più di qualcosa da rivedere».
Matteo Falzon
©RIPRODUZIONE RISERVATA.