Le società non vogliono pagare il mese di marzo

21 Marzo 2020

La Lega di A sonda la disponibilità dei calciatori a ridursi l’ingaggio

MILANO. Di fronte a oltre quattromila vittime e ospedali al collasso, per il calcio è difficile fare apertamente la conta dei danni. E anche ogni richiesta di aiuto al governo è stata posticipata. Ma, come ogni industria, anche quella del pallone sta valutando le ricadute, che possono arrivare a circa 160 milioni se il campionato ripartirà a maggio e superare i 700 milioni (sponsor, diritti tv, biglietti) se non dovesse più riprendere. Il Barcellona stima perdite per 86 milioni solo alla voce merchandising, e la riduzione dei costi ora è la priorità, da trattare con stelle del calibro di Messi. Nessuno, è la tesi dei presidenti di Serie A, è immune alle perdite. Calciatori e allenatori si sono detti disponibili ad aprire un tavolo per le valutazioni del caso ma a tempo debito, quando sarà più chiaro l'orizzonte. Al di là delle previsioni, decisamente ottimistiche, su una ripresa il 3 maggio. «La Lega Serie A i suoi club si atterranno alle decisioni delle autorità preposte», filtra alla fine dell'ennesima riunione informale in conference call. Ogni ragionamento su sospensione o decurtazione degli ingaggi è inutile senza avere un'idea di cosa succederà fra maggio e giugno. Ma se ne parla e comunque tutto è legato a quando e se l’attività riprenderà. Le società, intanto, hanno dato mandato al presidente della Lega A Dal Pino di proporre la sospensione (o il ritiro a seconda se è stato già liquidato) del pagamento del mese di marzo ai calciatori. Proposta che dovrà essere sottoposta all’esame, tra gli altri, del capo della Figc Gravina e dell’assocalciatori Damiano Tommasi. Il quale, però, ieri ha fatto sapere che non è questo il momento per affrontare l’argomento. «Il calcio tornerà al momento giusto ma non prima che questa emergenza mondiale sia risolta», ha detto l'ad del Milan, Ivan Gazidis, chiarendo che la priorità del club «è e sarà sempre la salute e la sicurezza dei nostri giocatori e del personale, della nostra comunità locale e globale, e soprattutto dei più vulnerabili tra noi». I rossoneri non ricominceranno ad allenarsi prima del 3 aprile. La Lazio vuole accelerare e il Napoli ha già convocato i tesserati per mercoledì 25 marzo; in alcune squadre si fanno già allenamenti individuali e l'Assocalciatori spera che prevalga il buon senso. Per molti dirigenti c'è poi un altro problema, l'effetto Higuain (volato in Argentina al capezzale della mamma malata): molti calciatori stranieri nonostante le restrizioni chiedono di tornare in patria, come ha fatto l'argentino lasciando l'isolamento scattato alla Juventus per il caso di positività di Rugani. Fra questi anche Manolas e Ospina, a cui il Napoli non ha dato il permesso. «Purtroppo in Italia la situazione è difficile: la cosa più importante è restare a casa», ha detto invece Paulo Dybala.
In Germania, invece, c’è chi è tornato ad allenarsi, nonostante la sospensione dei campionati. È il Lipsia, squadra della Bundesliga approdata ai quarti di finale della Champions League, prima dello stop della massima competizione continentale. L'ex romanista Patrik Schick e i suoi compagni, infatti, hanno ripreso a lavorare oggi nel centro di allenamento del club, a Cottaweg. I dirigenti e l'allenatore Julian Nagelsmann hanno suggerito ai giocatori l'atteggiamento da adottare a causa del Covid-19, poi i calciatori si sono ritrovati sui tre campi del centro per fare esercizi individuali a base di dribbling, tiri in porta e resistenza. È stato evitato ogni contatto fisico, il tutto per un'ora abbondante di lavoro. Terminata la seduta, i giocatori si sono cambiati nelle stanze del quartier generale del club, hanno ritirato il cibo in mensa, da portare a casa, poi si sono diretti verso le rispettive abitazioni per fare la doccia tra le mura domestiche.
Angelo Caradonna