Mambrini: la mia Cuba tra scudetto, nazionale e l’incontro con Fidel

Il tecnico umbro sta per lasciare l’incarico in federazione e all’orizzonte potrebbe esserci un’esperienza in Corea del Nord
PESCARA. A Cuba è un personaggio popolare: ha vinto uno scudetto e ha allenato la nazionale di calcio. Lorenzo Mambrini, 39 anni, umbro di Città di Castello, è stato il primo allenatore italiano a conquistare il titolo nazionale. Lo ha fatto con il Santiago, nel 2017, la squadra della città di Fidel Castro. Un trionfo che lo ha portato dritto sulla panchina della nazionale. A Cuba ha trascorso tre anni, in precedenza è stato a Panama, dove ha pure conquistato il titolo. Ora, però, l’esperienza nello stato caraibico sta per terminare. Mambrini, di passaggio in Abruzzo, è stato nella redazione del Centro per una diretta Facebook - disponobile sul sito www.ilcentro.it - in cui ha raccontato i suoi trascorsi all’estero.
Mambrini, come mai è andato all’estero?
«In Italia è difficile emergere per i giovani e quando mi è stata prospettata l’ipotesi di andare fuori non me la sono fatta sfuggire. Quando sono partito mi hanno preso per matto. “Che cosa fai? Aspetta”, mi dissero. E ad oggi, invece, come ha detto il presidente Malagò quando mi ha premiato al Coni, sono il tecnico italiano più vincente in Sud America».
Prima a Panama?
«E ho subito vinto. Poi, a Cuba, un Paese bellissimo ricco di passione. Il baseball è lo sport nazionale, ma il calcio sta crescendo. Stanno investendo in strutture e formazione».
Ha allenato sia L’Avana sia a Santiago.
«L’Avana era retrocessa in serie B e volevano un tecnico capace di riportarla in A. Ci siamo riusciti chiudendo la stagione imbattuti».
E Santiago?
«Beh, la squadra della città del comandante Fidel. Un’esperienza fantastica, coronata con la vittoria del campionato».
Ha conosciuto il compianto Fidel Castro?
«Il 4 maggio 2016, a casa sua. Se non mi danno l’acqua con limone e zucchero svengo per terra...».
Che cosa ha portato a Cuba?
«Metodologia italiana di allenamento, senza stravolgere usi e costumi».
Come si vive a Cuba?
«Essenzialmente senza stress. Hanno molto meno di noi e se lo godono più di noi. E poi resistono valori basilari come l’amicizia. Lo straniero viene rispettato più di quanto non facciamo noi».
Il pubblico?
«Entusiasmo e passione sono in crescita, così come le presenze negli stadi. Anche 28mila persone».
Il livello tecnico?
«E’ equiparabile a una buona serie C nostra. E ci sono buoni margini di miglioramento».
E ora?
«Tra un mese scadrà il contratto con la federazione cubana. E ho intenzione di lasciare l’incarico dopo aver conseguito ottimi risultati».
Per fare che cosa?
«Mi piacerebbe lavorare ancora all’estero. In Italia ho avuto un contatto con una cordata interessata a rilevare il Bari, nelle scorse settimane, ma, poi, la società è andata a De Laurentiis che ha fatto altre scelte».
E’ vero che ha ricevuto una proposta dalla Corea del Nord?
«C’è stato un interessamento del senatore Razzi, dal momento che il presidente Kim Jong-un cerca un tecnico italiano per una squadra di club della Corea del Nord. L’idea mi alletta, vedremo in futuro».
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