Metodi violenti in famiglia, il teatino Salvati testimone delle liti dei Perez Roldan

3 Giugno 2020

Il figlio ex numero 13 al mondo denuncia il padre-padrone: «Mi picchiava» Il maestro racconta gli anni Novanta a Tandil: «Metodi rigidi, ma leciti»

PESCARA. C’è un protagonista abruzzese all’interno della vicenda che ha riportato agli onori della cronaca Guillermo Perez Roldan, 50 anni, ex tennista argentino numero 13 al mondo nel 1988. Nel tennis è il caso del momento dopo un’intervista rilasciata la scorsa settimana a La Nacion di Buenos Aires in cui ha denunciato di essere stato maltrattato dal papà, Raul, titolare della scuola di Tandil in cui sono cresciuti altri talenti della racchetta, in primis Mariano Zabaleta. Un pugno in faccia per una partita persa, la testa infilata con forza nel gabinetto e una serie di cinghiate sul corpo perché – ancora minorenne – aveva fallito il risultato auspicato. Metà anni Ottanta, metodi improntati sulla violenza che, in questi giorni, hanno sconvolto il mondo dello sport in Argentina con riflessi in Italia dove Guillermo Perez Roldan ha dei contratti di collaborazione. Tutta una serie di episodi e abusi che ha affidato alla penna del giornalista Sebastian Torok. Il racconto di metodi di insegnamento piuttosto duri, sulla falsariga della pressione psicologica denunciata da Agassi. Qui, c’è anche la violenza fisica inserita in un contesto educativo di una scuola che in quasi venti anni di attività ha tirato fuori almeno una decina di giocatori (tra cui Juan Martin Del Potro) che sono finiti tra i primi cento al mondo. Una scuola con il marchio di Raul Perez Roldan, il padre-padrone, che oggi ha 71 anni e ha deciso di non rispondere per le rime al figlio che ne elogia i metodi professionali, ma lo ripudia come genitore, a distanza di tempo. In quella scuola di Tandil per anni ha avuto un ruolo importante anche Maurizio Salvati, 57 anni, coach di tennis di Chieti, oggi proprietario insieme a Paolo Carboncini del centro sportivo Quick-Esasy Tennis, a Pescara, dotato di campi in sintetico e in terra rossa. Importante per due motivi: perché nel 1992 ha sposato Mariana Perez Roldan, anche lei ex tennista (numero 39 Wta nel 1988), sorella di Guillermo e figlia maggiore di Raul; e perché in quella scuola di Tandil ha lavorato per anni come coach. A tirarlo in ballo è stato Mariano Zabaleta, vincitore a livello giovanile dell’Orange Bowl e del Roland Garros junior (nel 1995), protagonista in Coppa Davis e alle Olimpiadi di Sydney, e oggi vice presidente della federazione argentina. Anche lui emerso dalla scuola di Tandil. E così quando è stato chiamato in causa dopo le rivelazioni di Guillermo Perez Roldan contro il papà, Zabaleta se l’è cavata dicendo: «Io non ho avuto problemi, perché il mio allenatore era Maurizio Salvati». Che, ora, viene chiamato a compiere uno sforzo di memoria per ricostruire quanto accadeva all’accademia tra l’inizio degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, quando a seguito della crisi economica in Argentina, è tornato in Abruzzo e poi si è separato dalla donna che lo ha reso padre di due figli. «A chi mi chiede che cosa penso della vicenda rispondo che è venuta fuori tardi. Non ha senso denunciarlo ora», sostiene Maurizio Salvati.
Ma papà Raul picchiava il figlio?
«Non davanti ai miei occhi. Però, ho sentito parlare di certi eccessi e il racconto di Guillermo Perez Roldan non mi sorprende».
Ha altri ricordi del rapporto padre-figlio Perez Roldan?
«Un episodio a Roma, una finale di un torneo Challenger. Guillermo aveva una soglia del dolore talmente alta che stava per scendere in campo con uno strappo di quattro centimetri all’addome. Lui pensava a un fastidio, invece l’ecografia ha evidenziato qualcosa di molto più grave. Tanto che poi fu fermato dal medico».
Lei che ricordo ha dell’Accademia di Tandil?
«Ottimo, assolutamente! Era qualcosa di splendido, nato dal nulla grazie a Perez Roldan senior, nel quale i giocatori si costruivano. Raul prendeva i ragazzi dalla strada e dava loro in mano una racchetta. Li faceva crescere seguendo quattro direttive: automatizzazione, controllo della mente, velocità e tattica di gioco. In un contesto in cui ordine e disciplina sono valori non negoziabili».
Ma la violenza…
«No, certo. Ma quello era un caso unico, frutto di un rapporto distorto tra padre e figlio ed in parte con la figlia Mariana (oggi estetista a Tandil, ndr), che, però, staccò il cordone ombelicale molto presto».
Che cosa ha trattenuto di positivo da quella esperienza?
«Certamente la pazienza. La pazienza di lavorare giorno per giorno, senza concentrarsi nell’immediato, ma progettando un piano tecnico su misura, con una grossa attenzione alla struttura fisica del ragazzo/a, e di conseguenza dargli un gioco adeguato a farlo “diventare” forte e non esserlo a 10/12 anni con strumenti che poi da “grande” risulteranno insufficienti o non adeguati. Io sono dell’avviso che il giocatore vada costruito. Non basta il talento».
In Italia?
«Difficile, mancano le condizioni per poter fare un certo lavoro. Innanzitutto un coach deve lavorare sul talento in erba, non sul giocatore affermato, perché in quel caso non può incidere. E poi oggi, almeno in Italia, è difficile trovare chi resiste a un lavoro di medio-lungo termine. Si pretende tutto e subito con il rischio che il maestro punti su chi può dare un risultato immediato più che su un giovane di prospettiva. Chi accetta di pagare un coach con la speranza di arrivare al traguardo non a breve termine, ma nel corso degli anni?».
Quindi?
«Servono costanza, sacrificio ed attenzione ai giocatori che sbocciano un po’ in ritardo, ma che poi hanno qualità e struttura per far bene».
Questo non avviene?
«Dovremmo essere più “veloci”, con i ragazzi i valori cambiano rapidamente nell’età della crescita e chi deve essere supportato anche economicamente dalla federazione può avere un cognome diverso da un anno all’altro. Occorrono educazione e sacrificio».
Il rapporto giocatore-coach nel tennis è un po’ anomalo…
«In pratica, un atleta ingaggia e paga un allenatore che dovrà tiragli fuori il massimo. A costo di ricorrere a metodi ruvidi. Oggi è importante sì l’allenamento sul campo, ma è fondamentale seguire certi comportamenti fuori dal campo».
Lei ha allenato Zabaleta (anche numero 21 al mondo) e altri giocatori di spessore, come giudica la situazione del tennis in Abruzzo?
«La frase ricorrente “ognuno coltiva il proprio orto” è anche figlia della necessità di tirare avanti la propria struttura; se veramente “il buono del metodo di Tandil” potesse fondersi con le potenzialità della Fit allora le cose non potrebbero che migliorare».
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