Successi e illusioni, così è finita tra i Maio e Lanciano

Otto anni di matrimonio senza amore vero Prima i debiti in bilancio, poi la B persa dai dirigenti
LANCIANO. Quella della Virtus Lanciano è una fine annunciata. I segnali nel corso degli ultimi mesi sono stati molteplici. Basti pensare a quanto dissero Franco Maio e il figlio Guglielmo allo sparuto gruppetto di tifosi della curva che aveva “osato” contestare dopo la sconfitta interna contro l’Avellino, nel maggio scorso. “Tanto l’anno prossimo andrete a giocare a San Vito...”. Detto ciò, poi, sono usciti dallo stadio Biondi non dall’ingresso principale, ma l’intenzione era chiara già da quel momento. Non c’era bisogno di arrivare al giorno prima della scadenza per ripianare i debiti e scrivere un comunicato strappa-lacrime per ufficializzare che la Virtus Lanciano non si iscriverà al prossimo campionato di Lega Pro.
Il bilancio 2015. Era tutto chiaro. Chiarissimo nel momento in cui il Centro nel febbraio scorso è andato a dare un’occhiata al bilancio della Virtus Lanciano, quello chiuso il 30 giugno 2015 con poco più di tre milioni di euro di perdita. E tutti si sono chiesti: in mancanza di investimenti massicci sul mercato come hanno fatto i Maio ad accumulare così tanti debiti con la Virtus? Un interrogativo pertinente alla luce delle perdite degli esercizi degli ultimi anni: 224mila euro nel 2014, 527mila nel 2013, 85mila nel 2012. Un’impennata impensabile, men che meno giustificabile con ricchi ingaggi o con investimenti sui cartellini dei giocatori. La risposta all’interrogativo è stato un esilarante comunicato sul sito del club. Anche questo un segnale che il futuro era segnato. Sì, perché nel frattempo era cominciata la ristrutturazione aziendale, come l’hanno definita Guglielmo e Valentina Maio. Ovvero la dismissione dei pezzi pregiati, di quei giocatori che negli anni hanno incarnato lo spirito Virtus, contribuendo in maniera fondamentale ai successi rossoneri. Le lacrime di Paghera furono bollate – dai Maio – come “lacrime di coccodrillo”, Piccolo “se non era per noi era ancora al molo di Livorno”. E poi il licenziamento in tronco di Roberto D’Aversa subito dopo la sconfitta casalinga con il Trapani. Nessun riguardo al capitano della promozione in B.
Ridimensionamento drastico dei costi di gestione attraverso il ringiovanimento dell’organico: l’impresa – ovvero la salvezza – stava per riuscire, sarebbe bastato marcare meglio Valjent e conservare l’1-0 interno con la Ternana per restare in B. E, invece, i punti di penalizzazione accumulati sono stati un fardello troppo pesante anche per una squadra in grado di lottare contro tutto e tutti. Retrocessione firmata famiglia Maio. Il cui modus operandi lascia di stucco: in pratica, non ha mai pagato (nei termini previsti) gli oneri fiscali e contributivi nell’ultima stagione. A volte può accadere un pagamento in ritardo; nel caso della Virtus Lanciano, nel 2015-2016, non si è (quasi) mai verificato il pagamento entro i termini previsti. Club inadempiente sul piano della giustizia sportiva, ma subito pronto a chiedere la rateizzazione delle tasse e quindi tutelarsi sul piano penale.
Il cerchio magico. Gli errori della famiglia Maio sono stati tanti, probabilmente il più grave è stato quello di circondarsi di un cerchio magico che, alla resa dei conti, non l’ha saputo consigliare. Anzi, ha contribuito ad acuire il distacco dalla realtà e dai tifosi. E poi la gestione: mai un investimento su un giocatore da poter rivendere; la valorizzazione è stata (quasi) sempre dei giovani delle altre società. Il vivaio è stato vissuto come un peso e non come un’opportunità. La plusvalenza più sostanziosa è stata quella di Federico Di Francesco (e Boldor), un pallino di Roberto D’Aversa che si è attirato più di una critica per averlo fatto giocare all’inizio. Il cerchio magico non ha mai consigliato un bagno di umiltà alla famiglia Maio, ad esempio. E’ accaduto che a dicembre ai tifosi sia stato detto che la squadra sarebbe stata rinforzata a gennaio e che, invece, ai giocatori sia stato chiesto una drastica decurtazioni dell’ingaggio. Da qui, il fuggi fuggi di gennaio. Chissà quante volte Franco Maio avrà ripensato alla trattativa per la cessione del club all’imprenditore Bisogno, a febbraio. Alla possibilità di disfarsi di un’azienda che produce perdite e uscire dal calcio in maniera meno traumatica. Anche in quel caso, è giunto il solito comunicato strappa-lacrime con la famiglia che sarebbe rimasta al timone della Virtus per amore della città.
Un amore che oggi viene sbeffeggiato dai tifosi sui social network. Alla famiglia Maio viene rimproverata, più di tutto, la mancanza di chiarezza. Ad esempio, avrebbe potuto dire subito a giugno, dopo la retrocessione, che senza nuovi soci non avrebbe iscritto la Virtus alla Lega Pro. Senza rifugiarsi nella “pausa di riflessione” che ha alimentato inutili illusioni e speranze.
Quattro anni di serie B targati Maio, ma a Lanciano il presidente che viene ricordato anche in queste ore è il compianto Ezio Angelucci, nonostante la cadetteria l’abbia solo sfiorata. Altri atteggiamenti, altra classe, altro modus operandi.
Gli investimenti. Detto ciò, va riconosciuto ai Maio di aver investito soldi sulla Virtus. Lo hanno fatto all’inizio degli otto anni di gestione, li hanno affidati nelle mani del ds Luca Leone. Erano i tempi di Di Francesco, Pagliari e Camplone. E i risultati non sono mai stati pari agli investimenti. In quegli anni i Maio hanno speso, incassando però delle delusioni. Poi, è arrivata l’estate del 2011, quando hanno cercato (invano) di cedere la società. E la settimana prima dell’inizio del campionato di Lega Pro hanno chiesto al ds Fabrizio Lucchesi, ex Pescara, di aiutarli a sfoltire la rosa per alleggerire i costi di gestione. In quella settimana è nata la Virtus che poi ha vinto i play off salendo in serie B. Poi, giovani, ingaggi misurati, basso profilo e... spirito Virtus creato dalla cosiddetta vecchia guardia.
Le parole al vento. Come non dimenticare il famoso progetto per il nuovo stadio a Lanciano? Anni e anni di promesse. Un’idea che non è mai decollata, non certo per colpa della burocrazia o della politica. E che dire del centro sportivo di Frisa? Un’illusione smascherata dal tempo. Che è sempre galantuomo.
@roccocoletti1
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