Tentazioni e maturità Fiorillo si è preso l’anima del Pescara

Il portiere: «Ho imparato il dialetto, mio figlio è pescarese e questa città è nel mio cuore. Ora voglio tornare in serie A»
PESCARA. Si gode il mare di Pescara in attesa di partire per le vacanze in Salento. Fino a qualche anno fa puntava tutto su Mikonos, Ibiza o Miami. Ora Vincenzo Fiorillo è diventato grande, ha incontrato l’amore della sua vita, ha messo su famiglia e il suo stile di vita è completamente cambiato. Padre da pochi mesi del piccolo Francesco, il portiere del Pescara tra un biberon e un pannolino, si racconta al Centro tra passato, presente e futuro.
Fiorillo si gode le vacanze o si tiene in forma allenandosi in palestra?
«Qualche giorno di relax assoluto mi è servito per recuperare la miglior condizione possibile. Quest’anno ho fatto un buon campionato, ma ho giocato tante partite grazie alle infiltrazioni e agli antidolorifici. Ho avuto problemi alla schiena che hanno rischiato di mettermi ko in più occasioni. Tuttavia, ho stretto i denti e ho cercato di dare il massimo, specie nella parte finale della stagione».
Gli addetti ai lavori hanno indicato Fiorillo come uno dei migliori portieri della B.
«Sicuramente rispetto al passato ho fatto meno errori e sono riuscito a sfoggiare delle buone prestazioni. Sono contento che si parli di me in maniera positiva, ma devo dire che negli ultimi due anni ho fatto un gran lavoro con i miei preparatori, specie quest’anno con Gabriele Aldegani. Questa è stata la miglior stagione della mia carriera».
Per questo motivo alcuni club hanno messo gli occhi su di lei. Rimarrà a Pescara?
«Fa piacere ricevere complimenti e sondaggi di altri club, ma sinceramente non ne so nulla. Ho il contratto con il Pescara e voglio rimanere qui per tanti anni. Qui sto da dio. Ho la fortuna di lavorare in una società seria, vivere una bella città e rappresentare una piazza importante come Pescara. Il Delfino è una società molto seria e tutti i tifosi biancazzurri devono tenersi stretti questi dirigenti, che negli anni hanno centrato obiettivi importantissimi».
Genovese di nascita, cresciuto nella Samp, e da sei anni trapiantato a Pescara. Si sente pescarese?
«Certamente, la mia compagna vive qui, mio figlio Francesco è nato da poco a Pescara e questa è diventata la mia seconda città. Ho imparato anche il dialetto, ora più che esclamare con il mio genovese belin, a volte dico frechete, alla pescarese maniera».
Lei sbarca in riva all’Adriatico nel 2014, aveva 24 anni. Cosa ha pensato il giorno in cui il suo agente le ha detto: “Vincenzo, il Pescara vuole prenderti”?
«Arrivavo da Livorno e avevo vinto il campionato di B. Pescara per me rappresentava una bella incognita perché non conoscevo la città e l’ambiente. Poi, quando sono arrivato nell’estate 2014, ho toccato con mano il cuore pulsante di Pescara. Città fantastica, clima perfetto, mare, sole e belle donne. Mi son detto, ma sono capitato a Rimini o a Riccione? No, ero a Pescara. Una città in pieno movimento, che non ha nulla a che invidiare alle tanto decantate località balneari della riviera romagnola».
Diciamo che dal punto di vista ambientale è rimasto colpito. Pescara, però, è una città che ha “rapito” tanti calciatori che hanno vestito la maglia biancazzurra.
«Me compreso (ride, ndr). Ora ho messo su famiglia, qui ho una compagna, il mio piccolo Francesco, che ha tre mesi, ma nei primi tempi era dura non cadere nella trappola delle tentazioni, specie d’estate. Io fin dal mio primo anno in biancazzurro ho sempre vissuto la città anche in estate e tornavo pochissimo a Genova. Se sei giovane e vieni a giocare a Pescara, se non sei intelligente, rischi di essere travolto e divorato da una città che offre tutto. Ora dormo 10 ore a notte, ma nei primi tempi qui 1 o 2 ore erano sufficienti, perché vivevo questa città a 360° notte e giorno...»
Com’è la nuova vita da padre?
«Sensazione indescrivibile. Il 2019 per me è stato un anno strepitoso a livello personale. La nascita di Francesco mi ha dato una carica incredibile. Il coronamento di un sogno insieme alla mia compagna».
Quante volte ha rivisto quel calcio di rigore realizzato da Di Carmine, che vi ha estromesso dalla semifinale play off contro il Verona?
«Una sola volta. Può bastare, perché sono stato davvero male dopo quella partita. Non meritavamo di uscire dai play off».
Dopo l’esperto Pillon, ora si riparte dall’esordiente Zauri. Che Pescara sarà?
«Sarà una specie di anno zero, ma con ambizione. Dopo la retrocessione dalla A, la salvezza nella passata stagione e la semifinale di quest’anno, ora si è ricreato l’ambiente giusto per fare bene. Vogliamo riprovare la scalata alla serie A, ma con molta umiltà e senza fare proclami. Bisogna andarci cauti, però dovremo lottare almeno per i play off, provandoci a piazzare nelle prime 4-5 posizioni».
Di Luciano Zauri che pensa?
«Sono cresciuto nella Sampdoria insieme a Luciano Zauri. Parlo della Samp di Delneri. Era il 2009 e la squadra riuscì a centrare la qualificazione in Champion League. Io ero il terzo portiere e arrivavo dalla Primavera, Zauri era uno dei più esperti e fu uno dei pilastri di quella squadra. Come allenatore credo che sia un profondo conoscitore di calcio e, grazie alla sua esperienza da calciatore, può entrare con più facilità nella testa dei calciatori, specie in quella dei più giovani».
Assomiglia a Massimo Oddo?
«Sono amici, hanno lavorato insieme, ma sono completamente diversi nel modo di intendere il calcio. Zauri è una persona che non si fa trascinare dall’entusiasmo e dagli eventi. È molto lucido e considera tutti i fattori, negativi e positivi. Sono certo che farà bene, ma spetterà a noi “senatori” aiutarlo».
Ben 154 presenze totalizzate in queste 5 stagioni. Vuole superare il record di Gino Di Censo che da portiere biancazzurro ha collezionato 220 gettoni?
«Voglio diventare il recordman del Pescara. Tengo a questa maglia e voglio onorarla nel miglior modo possibile. Sono sempre sul pezzo e voglio superare il record che appartiene a Di Censo, per entrare nella storia del club».
Si parla tanto della cessione di Brugman. È pronto per la fascia da capitano?
«Spero che Gaston rimanga. È lui il capitano. Una fascia al braccio non cambia il mio modo di essere. Farò di tutto per portare in alto il Pescara, anche lavorando dietro le quinte con serietà e impegno nel lavoro».
Chi le ha trasmesso questi valori?
«La serietà Davide Nicola, mio allenatore a Livorno. L’importanza dell’impegno quotidiano invece è una cosa che ho capito da solo nel mio primo anno a Pescara, nel 2014. Arrivai come seconda scelta al posto di Sepe, che rimase al Napoli, ma l’avvio di campionato non fu dei migliori e venni superato da Aresti nelle gerarchie. Tante panchine da ottobre a gennaio con Baroni che mi considerava poco. Li è scattata la molla e ho iniziato a lavorare sodo come non avevo mai fatto prima. L’impegno paga e da gennaio in poi ho giocato tutte le partite. Come è capitato con Zeman. Per lui non ero il prototipo del portiere zemaniano, invece ho giocato tutte le partite facendo ricredere tutti».
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