Tomba, Conte e Zaytsev: D’Urbano è il professore che fa correre i campioni

Sci, calcio e volley nella carriera dell’ex studente del liceo classico che a un certo punto della vita si trova a combattere la leucemia
CHIETI. Trentacinque anni di carriera, uno strepitoso percorso professionale e un messaggio per tutti coloro che si trovano ad affrontare l’ignoto in cui si sprofonda quando viene diagnosticata una grave malattia. «Reagire e combattere con tutte le forze per sconfiggere le avversità trovando nuove motivazioni perché c’è altro da fare. Magari provare a vincere le Olimpiadi». Il messaggio è di Giorgio D’Urbano, uno dei più noti preparatori sportivi italiani che ieri pomeriggio, nella libreria De Luca, ha presentato il suo libro "Il miele nelle ossa" nel quale racconta la propria esperienza dopo una diagnosi di leucemia e propone una storia fatta di sfide, umane e professionali, partendo dai banchi del liceo classico di Chieti e dalle prime esperienze esaltanti come preparatore di Alberto Tomba. «Un atleta dotato di una straordinaria forza esplosiva che aveva bisogno di allenamenti particolari per ottimizzare il proprio rendimento. Ha vinto praticamente tutto e sono stati anni bellissimi come quelli in cui ho ricoperto il ruolo di direttore tecnico della nazionale femminile di sci alpino con Deborah Compagnoni che, alle Olimpiadi di Nagano, fu protagonista in senso assoluto».
Il calcio. Dalla neve al manto erboso. Un passaggio che D’Urbano, con sagace ironia, tratteggia nel libro "Scarponi e scarpini". Si passa al calcio, dunque. «Dove tutto è un po' più complicato. Ho collaborato con ventiquattro allenatori in diverse società e ricordo in maniera particolare il periodo trascorso a Siena, con Antonio Conte in panchina, nel quale conquistammo la promozione in serie A. Un gruppo formidabile con i vari Vergassola, Calaiò e Del Grosso, tra i giovani un Ciro Immobile che mi impressionò subito per le sue straordinarie doti atletiche».
Il volley. Cinque anni fa la malattia che mette a dura prova, nel corpo e nello spirito, un Giorgio D’Urbano comunque pronto a lottare e uscirne con rinnovata voglia di rimettersi in gioco. «Ricevetti una telefonata da Mauro Berruto. Si era in vista dei giochi olimpici di Rio de Janeiro e la nazionale di pallavolo intendeva affidarmi il ruolo di preparatore atletico. Accettai con entusiasmo perché bisognava comunque reagire. Magari provando, appunto, a vincere una Olimpiade». Obiettivo sfiorato, dal momento che gli azzurri del volley portarono a casa una medaglia d’argento. «Perdendo in finale con i padroni di casa del Brasile dopo una strepitosa semifinale con gli Stati Uniti. Per me ancora una medaglia olimpica a ventiquattro anni di distanza dalla prima, con Tomba ad Albertville, ed una soddisfazione del tutto particolare».
La Russia. Ancora una telefonata. Arriva da Massimo Carrera, conosciuto ai tempi dell’Atalanta e della Pro Vercelli. Dalla tranquillità di Siena alla grandiosità di Mosca. Un’ altra sfida. Stimolante e ovviamente raccolta. Spartak Mosca campione con Carrera in panchina e per D’Urbano un’esperienza unica alla vigilia dei suoi sessant’anni e degli imminenti campionati mondiali di Russia. «Un appuntamento atteso con grande partecipazione dall’intera nazione. Sono stati costruiti stadi bellissimi con coperture in grado di assicurare, in ogni caso, diciotto gradi all’interno degli stessi. Tecnologie avveniristiche e una organizzazione estremamente curata. In Russia il calcio è seguito tantissimo. Dagli appassionati ai media, esiste estrema attenzione. Forse più che in Italia. Ed è tutto dire». Dopo tanti anni di carriera si può dire che la figura del preparatore atletico ha assunto nuovo spessore ed importanza? «Sicuramente esiste una maggiore professionalità anche se, negli sport di squadra, non tutti gli atleti, inevitabilmente, sono disposti a lavorare in una determinata maniera».
Giuseppe Rendine
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