Vivarini l’antidivo: credo nel lavoro e la gavetta fa bene

Il tecnico del Teramo al Centro racconta la stagione trionfale e parla del futuro: «Se mi vedo in serie A? Perché no?»
PESCARA. Un antipersonaggio. Uno che ama lavorare sul campo più che vendere bene la propria immagine all’esterno. Di solito, Vincenzo Vivarini, alle parole preferisce i fatti. Non è un allenatore che regala titoli ad effetto ai giornalisti, lui vola basso. Ma per la promozione in serie B del Teramo ha fatto un’eccezione, facendo visita alla redazione de il Centro, e raccontando una stagione indimenticabile e un qualche segreto del mestiere. Non si è sbilanciato sul futuro, ma la sensazione è che rimanga alla guida del Teramo, anche se almeno un paio di squadre di serie B hanno bussato alla sua porta chiedendo informazioni sul futuro. Un’ora e mezza di domanda e risposta con i giornalisti de il Centro.
Vivarini, perdoni la banalità: resterà a Teramo?
«Tra qualche giorno avrò un incontro con il presidente Campitelli e verrà sciolto il nodo. Da parte mia c’è la volontà di proseguire l’esperienza. Vedremo...».
Ammesso che resti, come sarà il Teramo in B?
«Ammesso che resti, sarà una squadra che darà seguito a un progetto tecnico iniziato un paio di anni fa. La mentalità sarà la stessa, la gran parte della rosa può fare la serie B, poi, chiaramente, bisognerà alzare il livello qualitativo e la fisicità dell’organico».
L’Abruzzo rischia di avere tre squadre in serie B per la prossima stagione.
«Vediamo che cosa farà il Pescara. Da abruzzese sono orgoglioso e spero che questa presenza massiccia si trasformi in un traino per la regione anche a livello economico».
Quanti innesti?
«Beh, diversi. Ma questo sarà anche lavoro del ds Di Giuseppe».
Quale stadio l’affascina più degli altri nella prossima serie B?
«Ce ne sono diversi. Da Bologna a Bari, passando per il Massimino di Catania».
Dal Pescara chi prenderebbe?
«Beh, Melchiorri è sprecato per la B».
E dal Lanciano?
«Potrei rispondere Troest o Cerri, ma nel caso del Lanciano ho avuto di apprezzare lo spirito di squadra che secondo me ha fatto la differenza negli ultimi anni».
Mourinho o Guardiola? Chi preferisce?
«Per come la penso io, Guardiola tutta la vita».
Ha parlato di gavetta e meritocrazia, a che cosa si riferiva?
«Io ho allenato tra i dilettanti e nel settore giovanile. Ho avuto un percorso che mi ha fatto crescere».
Si spieghi meglio.
«Con i giovani ti puoi permettere di sbagliare; con i grandi no. Però per maturare devi fare esperienza. Con i grandi devi avere credibilità, ovvero proporre degli esercizi o uno sviluppo del gioco che funzioni. Io anno dopo anno, esperienza dopo esperienza sono cresciuto professionalmente».
Che significa?
«Che quando c’è un problema ho una soluzione valida e credibile da offrire ai ragazzi. Mentre, chessò, un Inzaghi non ha ancora l’esperienza per avere un bagaglio di soluzioni da offrire quando si presentano determinati problemi».
Quanto tempo dedica al calcio durante la settimana?
«Mi riservo un giorno tutto per me. Che spesso dedico alla camminata in montagna con i miei cani. Dopodiché vivo di calcio praticamente 24 ore su 24».
È vero che cura di persona anche i video?
«Certamente, vedo le partite e poi curo una sintesi di non più di sei minuti per i giocatori in cui ci sono pregi e difetti degli avversari».
Le sue analisi in che cosa differiscono dalle altre?
«Un esempio? Più che vedere come Melchiorri fa gol, cerco di vedere come viene rifornito in modo tale da bloccare i pericoli alla fonte».
Professionalmente dove e quando è cresciuto di più?
«Nei tre anni a Pescara, non ho dubbi. In quelle stagioni ho lavorato investendo su me stesso. Per tre anni ho studiato gli avversari. Ogni settimana analizzavo pregi e difetti delle squadre che dovevamo affrontare. E questo mi ha fatto conoscere un mondo nuovo».
I tre allenatori di riferimento?
«Simonelli, Sarri e Giampaolo sono stati importanti per la mia crescita. Per quanto riguarda la gestione del gruppo, mi piace Ancelotti che ha un rapporto più umano che professionale con i giocatori».
Il complimento più bello che le hanno inviato?
«Sarri ha detto che mi aspetta in serie A; il presidente dell’Aprilia è stato uno dei primi a chiamarmi dopo che un paio di anni fa mi aveva esonerato».
E poi?
«Ero a lezione con i corsisti del patentino Master da Eusebio Di Francesco a Sassuolo. Gli ho fatto una domanda e lui di rimando: “No, sono io che voglio fare una domanda a te: come fai a non perdere mai?”. Era il periodo in cui il Teramo aveva infilato 24 risultati utili di fila».
Come nasce la coppia-gol Donnarumma-Lapadula?
«A Teramo funziona che l’allenatore elabora un progetto tecnico, lo condivide con il ds e con la società. E in base a questo progetto l’allenatore chiede giocatori con determinate caratteristiche. Che poi il ds Marcello Di Giuseppe va a cercare. Nel caso in questione avevo chiesto un attaccante di forza, un lottatore (Lapadula, ndr) e un altro che corresse di meno, ma fosse abile sul piano tattico e pulito nei movimenti (Donnarumma, ndr)».
Possono fare gol anche in B?
«Sì, a patto che continuino a giocare insieme. Separati, secondo me, faranno più fatica ad affermarsi in B».
Il prototipo del giocatore per Vivarini?
«Gente che si mette a disposizione dell’allenatore. E con qualità tecniche».
Qual è stata la svolta nella stagione del Teramo?
«Non c’è stato un momento preciso, perché la crescita della squadra è stata costante. Di settimana in settimana».
E il cambio di modulo?
«Sì, è servito anche quello. Diciamo che ha aiutato la difesa a trovare il giusto equilibrio».
Qual è il giocatore che è cresciuto più degli altri?
«Secondo me, se proprio devo fare un nome, Speranza è l’emblema della squadra per la sicurezza che ha dato alla difesa».
Come prepara la partita?
«In maniera maniacale, cerco di prevedere tutto. Studio le rimesse laterali e i rinvii dei portieri, ad esempio. Prima del fischio d’inizio ho già in mente la partita. E cerco di preparare i giocatori al tipo di gara a cui vanno incontro».
Vivarini allenatore prenderebbe Vivarini giocatore?
«Ero un centravanti da area di rigore. Avevo bisogno di cross e di palloni in area. Probabilmente no, perché questo Teramo sviluppa un altro tipo di gioco».
La svolta della carriera?
«Forse, l’esperienza al Luco Canistro, in serie D. Sono arrivato durante le feste di Natale con la squadra nelle ultime posizioni. Perdemmo le prime due partite, poi iniziò la risalita. Nel girone di ritorno facemmo più punti della Sangiustese promossa in serie D, nel 2008. E’ un’esperienza che ricordo con piacere anche perché lì si è creato lo staff (Fabrizio Zambardi preparatore dei portiere e vice e Antonio Del Fosco preparatore atletico, ndr) che mi ha accompagnato in questi anni».
Un giorno si vede in serie A?
«Perché no?».
@roccocoletti1
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