Confindustria sul caro energia: «Il sistema regge, ma a fatica»

29 Marzo 2023

Il presidente Dattoli: «Le nostre aziende stanno mettendo in atto più manovre per restare a galla Dalla politica nessun aiuto. E gli imprenditori non possono sempre trovare una soluzione da soli»

TERAMO. Il sistema industriale della provincia regge, ma a fatica. E la politica non lo aiuta affatto. Lorenzo Dattoli, presidente di Confindustria Teramo, intervistato dal Centro dice così la sua sull'industria teramana all'uscita dall'autunno-inverno che ha visto esplodere il problema del caro energia.
Come e quanto ha impattato il caro energia sulla nostra industria?
Indubbiamente il caro energia ha impattato in maniera significativa sui bilanci delle aziende teramane, sia quelle energivore che quelle non energivore, con non poca difficoltà a ribaltare questo impatto dei costi verso i propri clienti. Ricordiamo che il gas naturale Ttf era a 11€/Mwh nel 2020 e nel 2022 ha raggiunto una media mensile oltre i 200 €/Mwh, mentre ora siamo a medie mensili di 50 €/Mwh con previsioni per il 2023 di medie che si aggirano intorno ai 90 €/Mwh, nel 2024 di 100 €/Mwh e nel 2025 di 80 €/Mwh. Quanto all’energia elettrica, avevamo una media di 40 €/Mwh e nel 2022 ha raggiunto una media annuale di oltre 300 €/Mwh con picchi superiori a 800 €/Mwh, mentre ora siamo a medie mensili di 150 €/Mwh con previsioni per il 2023 di medie che si aggirano intorno ai 200 €/Mwh, nel 2024 di 180 €/Mwh e nel 2025 di 165 €/Mwh. È evidente che siamo ancora molto lontani dalle medie di due anni fa ed è da notare che anche il prezzo del petrolio sembra essersi stabilizzato (83 dollari al barile), su valori poco superiori a quelli pre-crisi (64 dollari). Inoltre rincarano a inizio 2023 le cosiddette commodity non-energy (+3,4% da ottobre), soprattutto i metalli (+16,8%), mentre i prezzi alimentari continuano a scendere (-1,2%).
Ci sono state aziende costrette a chiudere, a ridurre i turni, a fare cassa integrazione o altro (ad esempio a limitare sviluppo, formazione, investimenti per nuove sedi)?
Ovviamente, data l’entità dell’impatto, sono state messe in atto più manovre contemporanee al fine di alleviare la ricaduta sul risultato di esercizio delle aziende, sia coinvolgendo la revisione dei cicli produttivi per cercare di renderli meno energivori, sia considerando una turnazione agevolante per il consumo energetico, sia utilizzando strumenti per cercare di intervenire sulle singole macchine di produzione. Alcune aziende hanno anche preso in considerazione impianti di produzione di energia elettrica in co-generazione, poiché avevano magari i prezzi del gas bloccati da contratto. Ovviamente sono state comunque manovre che richiedevano sia un tempo di attuazione non veloce, quindi con doppio impatto economico (da un lato l’investimento e dall’altro il maggior costo della materia prima per eccellenza), sia una calmierazione limitata a una percentuale dell’intero impatto. Questo, unito magari alla possibilità di aumentare, anche se di poco (poiché magari vincolati a contratti o soggetti a una concorrenza di Paesi in cui tale impatto energetico non ha avuto grandi effetti), il prezzo di vendita, ha fatto sì le aziende potessero traghettarsi al 2023. Comunque questa situazione ha comportato che siano stati rinviati tutti quegli investimenti non direttamente collegati alla produzione, come ad esempio formazione, sicurezza e anche nuove possibili sedi.
È vero, come hanno denunciato i sindacati, che ci sono state aziende che hanno fatto lavorare gli operai al freddo per risparmiare sul riscaldamento?
Non ho evidenza di questa specifica situazione ma se dovesse essere accaduto non lo lamenterei, se ciò era volto ad avere la possibilità di poter lavorare anche negli anni a venire e magari al caldo.
In generale, si può dire o no che il sistema teramano stia reggendo anche a questa tempesta?
Il sistema industriale teramano sta comunque reggendo, anche se con molta difficoltà: e ovviamente non si può pensare che le aziende siano “invincibili” e fidarsi, o sperare sempre che l’imprenditore trovi una soluzione a tutto rimanendo poi allibiti, e avendo anche il coraggio di lamentarsi, se un’azienda non ce la fa ed è costretta ad utilizzare ammortizzatori sociali come la cassa integrazione o licenziamenti o addirittura chiusura o (nel caso di multinazionali) delocalizzazione.
La politica è arrivata a capire come aiutarvi?
La difficoltà della politica italiana a intervenire su tematiche di tale impatto e che hanno tale celerità di accadimento non è una novità. Basti pensare che a dicembre il costo del credito per le imprese italiane è salito ancora: 3,55%, da 1,18% a fine 2021. La quota di imprese industriali che ottiene credito solo a condizioni più onerose è cresciuta al 42,9% (da 7,3%). La stretta segue il rialzo del tasso ufficiale Bce, portato al 3,00% a febbraio e annunciato a 3,50% a marzo. Ciò non aiuta affatto e servirebbe una politica più attiva sui piani industriali sia a breve che a medio ma soprattutto a lungo termine.
Incentivi alle aziende per rendersi energeticamente autonome con sistemi di energia alternativa ce ne sono?
Non ce ne sono. L’Italia è sempre l’ultima a intervenire per calmierare i costi dell’energia e questo significa non solo che il nostro sistema è fragile, ma che la politica sta decidendo che saremo sempre dipendenti dagli altri.
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