Detenuto tenta il suicidio in cella: a Rebibbia protestò sopra una gru

Da pochi giorni l’uomo è stato trasferito nel penitenziario di Castrogno: salvato dagli agenti di polizia Prima ha cercato di sfondare una porta, poi il gesto autolesionistico contro la grata di una finestra
TERAMO. I numeri non bastano più a definire la grave situazione del carcere teramano di Castrogno dove aggressioni e rivolte ormai sono all’ordine del giorno. Dopo il rogo innescato qualche giorno fa da alcuni detenuti, giovedì un altro episodio a fare la cronaca di una tensione che resta altissima.
Un detenuto italiano trasferito pochi giorni fa da dal carcere romano di Rebibbia dove per protesta contro la destinazione era riuscito ad arrampicarsi sulla gru di un cantiere interno al penitenziario, prima ha cercato di sfondare la porta della cella con la branda del letto e poi ha tentato il suicidio alla grata di una finestra. È stato salvato dall’intervento immediato degli agenti di polizia penitenziaria che lo hanno subito soccorso scongiurando il gesto estremo. L’uomo è stato ricoverato in ospedale e dimesso nella mattinata di ieri. L’episodio riaccende la protesta (mai sopita) dei sindacati che tornano a chiedere interventi e a denunciare la grave situazione del carcere teramano dovuta al sovraffollamento (attualmente ospita 410 detenuti tra cui molti malati psichiatrici) e al numero carente di agenti di polizia penitenziaria.
Giuseppe Pallini, segretario provinciale del Sappe, chiede una diminuzione del numero di detenuti: «Continuano le aggressioni da parte dei detenuti nei confronti della polizia penitenziaria e il personale in servizio ha vissuto giornate da incubo». E Donato Capece, il segretario nazionale del Sappe, dice: «È evidente che anche questi gravi fatti, accaduti in carcere a Teramo, siano un chiaro sintomo del malessere che si vive nelle carceri abruzzesi e per questo torniamo a chiedere pubblicamente che chi di dovere tenga in considerazione le criticità di penitenziari regionali che evidentemente non sono più in condizione di gestire le troppe tipologie di detenuti, spesso mandati qui dal Lazio, con una presenza di soggetti dalla personalità particolarmente violenta, senza alcuna possibilità di diversa collocazione all’interno della regione. E queste sono anche le gravi conseguenze della chiusura del Provveditorato regionale di Pescara, per una decisione politica tanto assurda quanto dannosa».(d.p.)
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