Di Bonaventura-Pd: guerra sugli impianti chiusi a Prati di Tivo

Il presidente replica ai Dem su vendita e società di gestione: «Abbiamo rimediato alla situazione disastrosa del passato»
TERAMO. Il comprensorio del Gran Sasso resta al centro dello scontro politico. All’attacco del Pd che ha accusato di immobilismo Provincia e Regione per la chiusura degli impianti di risalita a Prati di Tivo e Prato Selva, replica il presidente dell’amministrazione provinciale Diego di Bonaventura. A cominciare dai quattro milioni di fondi Cipe che, a detta dei Dem, giacciono inutilizzati da ani nel bilancio dell’ente. «Da qualche tempo il capogruppo Pd Mauro Scarpantonio pone l’accento su alcuni finanziamenti che sarebbero andati persi», fa sapere il presidente, «la mancata imputazione di questa o quell’opera sui documenti amministrativi e contabili non è responsabilità della politica, ma di chi non ha gestito con cura i procedimenti: Scarpantonio può stare tranquillo perché partiranno anche i lavori dei quattro milioni sulle strade 43 e 43/A. Inoltre, Provincia e Regione gestite dal centrodestra hanno finanziato un progetto di sviluppo turistico da 2,4 milioni di fondi complementari Pnrr rimodulato sui Comuni di Pietracamela e Fano Adriano».
Sulla situazione della Gran Sasso Teramano, il Pd ha contestato al centrodestra «la responsabilità della disattenzione che ha fatto rimanere gli impianti chiusi da tre anni e alla Provincia il non avere avuto parte attiva sul bando di vendita e sulle sorti della cabinovia suggerendo un affidamento diretto per la stagione estiva». Per Di Bonaventura «l’unica cosa vera è che per anni la Gst è stata gestita dal centrosinistra e che l’abbiamo ereditata “sinistrata” senza mai mettere la croce a nessuno: la messa in liquidazione della società è una scelta voluta dall’ex presidente Di Sabatino che evidentemente non riteneva si potesse salvare, con un debito di oltre un milione di euro, una gestione diretta in continuità vietata dalla legge e che ha aumentato ulteriormente il debito, due bilanci non approvati e un liquidatore che non abbiamo scelto, ma abbiamo confermato. La Provincia gestita dal centrodestra insieme all’assemblea dei soci ha dato seguito alla liquidazione, fatto sei bandi, trovato due acquirenti a una somma che se concludiamo la vendita ristorerà i soci e i creditori con il raddoppio del capitale. Aspettiamo l’8 giugno dinanzi al Tar: se, come ci auguriamo, non verrà concessa la sospensiva siamo pronti il 9 giugno per andare dal notaio e firmare la vendita ai Persia». Infine sul debito della Gst da 1.011.057 euro nel 2018 a 1.421.821 euro nel 2020 il presidente chiarisce che qusto «trae origine dalla transazione del 2015 di 10 milioni. Non sono state pagate le imposte e non è stata avviata una transazione con l’Agenzia delle entrate per ridurlo o rateizzarlo, un vero danno erariale del quale non si è chiesto conto a nessuno. Nella gestione attuale abbiamo costituito un fondo rischi e uno di manutenzione, nessun aumento di spesa visto che la ditta Finori ha anche pagato un canone. Il Pd ci dica chiaramente cosa intende fare sulla proposta di riformulazione del Testo unico per le Province, una scellerata riforma targata da loro», conclude, «solo dopo può chiedere a un ente senza funzione, personale e finanziamenti congruenti, di tornare a gestire direttamente la cabinovia».
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